A SPASSO SOTTO IL CENTRO STORICO
dal ghetto ebraico al vecchio tribunale

Seguendo l’alveo del torrente Aposa abbiamo percorso, tra molte e inaspettate sorprese, gli antichi confini orientali di Bologna

di Andrea Dal Cero


Giugno 1999

Da molto tempo sentivo parlare di vie d’acqua che scorrono sotto i nostri piedi in pieno centro storico. "Bologna città d’acque" è una frase che trovo estremamente affascinante; gli affacci sui canali recentemente ripristinati mi attirano irresistibilmente e mi trovo spesso a considerare come sarebbe questa città se fosse riuscita a conservarli. Via del Porto, Val d’Aposa, del Navile, Riva di Reno, della Grada ... Molti sono i nomi che riportano alla memoria una città diversa, che viveva tra i suoi corsi d’acqua e che traeva da essi sostentamento in età villanoviana, difesa territoriale ai tempi della città romana, forza motrice per le attività produttive nel medioevo e identificazione in tempi più recenti. Pochi sanno che il traffico commerciale da e per Bologna avveniva in gran parte sull’acqua: i battelli più pesanti arrivavano fino a pochi chilometri a nord della città dove venivano scaricati e le merci continuavano fino alle nostre mura con barche più piccole a fondo piatto. Una volta le suonammo di santa ragione perfino ai veneziani che si allargavano troppo nella nostra direzione: una vera battaglia navale nelle valli comacchiesi! Ma che fine hanno fatto i nostri canali e i nostri torrenti? Generalmente ci si sente rispondere: "Li hanno coperti, non mi ricordo quando, ma ci dovrebbero ancora essere da qualche parte". Di sicuro chi ha passato la settantina ed è nato sotto i portici si ricorda delle nuotate in via Riva Reno (la nonna mi raccontava le sue arrabbiature quando papà si tuffava dal muretto della chiesa di via Lame) e chi ha una generazione in meno ha ancora in mente il canale che da Porta Lame scorreva fino a via Marconi sfiorando il macello il mulino e la salara (il piano emerso della quale era ai tempi adibito a letamaio e sulla cui sommità faceva bella mostra di sé il grande cartello "budelle e vesciche"). Largo Caduti del Lavoro non c’era: era una valletta sul cui fondo scorreva il canale. Ma che fine ha fatto? E gli altri corsi d’acqua dove sono andati a finire?
Tra essi sicuramente il più importante per la storia di Bologna è il torrente Aposa. Talmente importante da condizionarne alcuni caratteri morfologici e topografici fin dalla prima età del ferro. Il torrente nasce sulla collina di Paderno, percorre la valle di Roncrio, entra in città nei pressi di Porta San Mamolo, l’attraversa da sud a nord passando davanti alle Due Torri e successivamente confluisce nel canale Reno che va poi ad ingrossare il Navile. L’Aposa era, nella storia antica di Bologna, l’unico corso d’acqua a toccare l’abitato: sia il Savena che il Reno scorrevano molto al di fuori delle mura e i canali artificiali furono realizzati solo nel tredicesimo secolo. In epoca romana l’Aposa segnava il confine orientale di Bologna.
Nel medio Evo, quando la città si espanse verso est, venne incorporato nell’abitato ed il suo alveo, divenuto una preziosa area edificabile, cominciò ad essere ricoperto. Il processo di copertura, durato alcuni secoli, era già concluso nell’Ottocento: per la luce del giorno l’Aposa non esisteva più!
Lo scorso anno, dopo che nel ‘93 l’ufficio tecnico del Comune aveva messo a punto un impegnativo progetto di risanamento e manutenzione, furono organizzate con enorme successo alcune visite guidate nell’underground delle acque nascoste. Estremamente interessati e spronati dall’attenzione che si è generata per l’argomento, abbiamo organizzato un’escursione all’antico alveo dell’Aposa. L’ufficio dell’ingegner Pierluigi Bottino ci ha messo in contatto col geometra Emilio Ghirardelli che è il responsabile sul campo del servizio fognature. Detto e fatto: "Martedì 8 giugno, se non piove, si va giù". Il cielo era estremamente minaccioso, ma l’acquazzone ha aspettato il giorno dopo: disco verde! L’appuntamento è in via dell’Inferno, nel vecchio ghetto, alle tre del pomeriggio. Assieme a me ci sono l’inseparabile fotografo Claudio Pollini e l’amica Paola Bonora del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna, autrice di diverse opere sull’argomento. Noi tre siamo un po’ impacciati nell’estemporanea tenuta da speleologo impazzito che abbiamo indossato; la squadra dei comunali, Ghirardelli in testa, è invece completamente a suo agio nel discendere verso l’antico alveo.


Pollini, Paola e Dal Cero in procinto di introdursi nelle botole

La prima impressione è decisamente di stupore. La galleria che ci si presenta davanti è di gran lunga più grande di quanto ci aspettassimo; misura infatti oltre cinque metri di larghezza ed è alta quasi altrettanto. Giriamo a sinistra in direzione sud e l’Aposa, poco più di un rigagnolo, scorre tranquillo in una canaletta scavata sulla destra. Sottovalutarlo sarebbe però un errore mortale: basta una giornata di pioggia battente perché il livello dell’acqua salga nella galleria fin quasi al soffitto trascinando con sé ogni cosa. Le luci delle torce elettriche si perdono nella fuga quasi senza fine del tunnel; viene da parlare sottovoce e da muoversi al rallentatore. I tecnici del comune sembrano invece a passeggio sotto il Pavaglione e discutono tra loro di cose tecniche. Uno scroscio d’acqua non troppo lontano ci fa trasalire. "Questo è il Rolo che sta nella Galleria Acquaderni" mi dice Alvaro che la sa lunga "è un pezzo che devono mettere a posto quello scarico". Tira diritto assieme ai colleghi Franco e Ivano sempre osservando doccioni e canalette con aria professionale. Anche se l’ambientazione è decisamente gotica, la galleria è insieme anche romanica, medievale, moderna e post-industriale. Qui si potrebbe ambientare di tutto, da Blade Runner a Conan il Barbaro. Nelle architetture non c’è continuità di stile; archi a tutto sesto si avvicendano a volte a botte, mattoni si mescolano con blocchi di selenite. Le epoche della città ci scorrono davanti agli occhi in maniera disordinata. Una sorta di colpo di tamburo si avvicina. " E’ la botola di Via Rizzoli" sdrammatizza il solito Alvaro "non è pari e quando le macchine ci passano sopra fa questo rumore". Oltre la botola troviamo il ponte romano eretto sul corso dell’Aposa sull’asse del decumanus maximus di Bononia in corrispondenza del suo innesto con il primo tratto suburbano della Via Aemilia. A quei tempi la città finiva qui. Allo stato attuale è difficile stabilire se è il resto della struttura originaria o se è un completo rifacimento sempre di età antica, ma è comunque formidabile con i suoi enormi blocchi di sasso e selenite. Continuiamo e sotto via Clavature un grosso tubo attraversa la galleria in tutta la sua larghezza obbligandoci a qualche acrobazia. Forse a causa di una depressione del pavimento c’è in concomitanza un tratto allagato: riusciamo comunque a passare senza problemi. Nel soffitto si staglia ancora chiaramente la parte inferiore di un ponte a schiena d’asino: un’altra uscita dalla città. Passiamo sotto un altro ponte all’altezza di via Orefici. Prima dei giardini di San Domenico troviamo i resti di un’antica chiusa che doveva servire a regolare il flusso delle acque molti secoli fa. L’aria non è proprio delle più salubri in questa galleria e il cattivo odore sembra a tratti aumentare in corrispondenza di antichi cunicoli di scolo di epoca medievale. Ogni tipo di materiale è stato usato anche per le bocchette e i doccioni; ne troviamo in arenaria, in coccio, in marmo. Due staffe in sasso scolpito sembrano reggere un’impossibile balconcino ad un paio di metri da terra. Sotto la Cassa di Risparmio il geometra Ghirardelli ci mostra, sul muro di sinistra, una grossa rappezzatura in cemento. E’ il famoso "buco" del colpo fallito alla banca. All’epoca se ne parlò molto perché i ladri erano quasi arrivati al caveau quando un metronotte, insospettito, scese negli scantinati e diede l’allarme. Ora quel rettangolo di cemento nel muro secolare ricorda ai pochi che si trovano a passare di qui che "il quasi" non basta. Camminando qui sotto perdiamo la cognizione delle distanze: dovremmo essere sotto via Farini quando incontriamo un’altra struttura in muratura che doveva essere anch’essa un ponte. In alcuni punti il soffitto mostra ancora le "arelle" impiegate nella sua costruzione: sono i tratti chiusi in epoca più tarda, quando il resto della volta era già stato coperto con robuste murature. La sede della Confindustria ha avuto bisogno di una nutrita serie di piloni in cemento armato per rimanere in piedi; alcuni di essi sono lì in fila in mezzo alla galleria e fanno un "effetto metropolitana" davvero sconcertante. Nell’83 i vetrini-spia evidenziarono la necessità di un intervento. Dopo quella data non ci sono più stati inconvenienti. Sotto la chiesa di via del Cestello la galleria si allarga fino a formare una grande stanzone sulla destra del quale un’inquietante grande statua realizzata con pezzi di macchinari e frammenti metallici incombe come un incubo. Tiene un uccello, forse una colomba, in una mano. La ruggine rende indecifrabile la sua espressione e confonde tra loro tutte le parti di cui è composta. I fognaioli si sono abituati presto alla sua presenza; ci raccontano che è lì da poco più di un anno ma che è già diventata una leggenda metropolitana. Pochi metri più avanti, da via Arienti, arriva l’acqua che viene dai Giardini Margherita: un rigagnolo è quel che rimane della canaletta di Savena che alimentava anche il laghetto. La Fonte Remonda (quella di via dell’Osservanza) si innesta invece più a sud; sembra che tanti anni fa portasse acqua alla fontana del Nettuno. Siamo quasi sotto al vecchio tribunale quando uno sbarramento a grate di ferro ci chiude la strada. L’aria si fa decisamente irrespirabile; Paola diventa paonazza, Pollini boccheggia, gli amici comunali sembrano in salotto. Più in là non si va. E’ tempo di tornare.
Ripercorriamo tutta la galleria questa volta in direzione nord fino al ghetto e usciamo al sole torrido di giugno. Sono passate quasi due ore da quando siamo scesi nel sottosuolo del centro. Il geometra e la squadra dei fognaioli tornano in ufficio, noi ci avviamo a piedi verso Santo Stefano vestiti come dei matti tra la gente che ci guarda incuriosita. A casa di Paola ci aspetta un prosecchino fresco che non possiamo far aspettare ancora.