L’insostenibile leggerezza della conchiglia

Quando il popolo che viveva in riva al mare si spinse per curiosità verso l’interno, incontrò la gente del deserto che per motivi più o meno simili veniva in senso opposto. Probabilmente si studiarono a lungo da lontano; infine si toccarono e cominciarono a desiderare l’uno le cose dell’altro. Può darsi che i primi incontri finissero nel sangue, ma è certo che a lungo andare si misero d’accordo e cominciarono a scambiarsi le cose (di servizi non era ancora il caso di parlare). Adottarono come unità di misura la conchiglia: i primi la riempivano d’acqua, i secondi di sabbia. Quando una conchiglia poteva contenere tanta acqua quanta sabbia veniva considerata valida; aveva insomma un corso legale.

Gli uni e gli altri conoscevano l’oro; lo usavano per farci simpatici ornamenti per la persona e statuette antropomorfe.

Un giorno diverso dagli altri arrivò una nave del popolo che viveva "aldilà del mare"; gli uomini del battello chiesero gentilmente agli indigeni cosa volessero in cambio del loro oro e, saputolo, ritornarono dopo cinque minuti con grandi sacchi pieni di conchiglie false.

Tutto l’oro fu venduto e diventò rarissimo, anche la truffa delle conchiglie false fu scoperta e venne introdotta la nuova moneta di recente importazione: la perlina colorata.

Per averle però non c’era più niente da dare in cambio e i due popoli, molto meno felici di prima, dovettero vendere sè stessi, il loro tempo, la loro fatica. Un giorno si ribellarono ai nuovi arrivati, tirarono loro le perline con la fionda e si rifiutarono di lavorare.

Ebbero la peggio. Non possedevano più niente; neanche la libertà.

La perlina fu abolita e sostituita da rondelle luccicanti che gli invasori chiamavano soldi.

Per possederne una parte impiegarono molti secoli e, come se questo non bastasse, ogni volta che riuscivano a racimolarne un po’ gli altri cambiavano l’omino raffigurato sulle monete e si sentivano dire che le loro non valevano più nulla.

Decisero allora di farsi una moneta propria e di utilizzarla tra loro per i loro scambi commerciali.

Le cose andarono un po’ meglio, ma quando venne loro voglia di possedere qualcosa che non producevano, e cercarono di pagarlo con i loro soldi, si accorsero che questi valevano cento volte meno di quelli degli stranieri perché potevano essere spesi solo sul posto e che non avevano alcun valore "aldilà del mare".

In cambio del riconoscimento della loro moneta vendettero allora i terreni e firmarono concessioni di ogni tipo, parteciparono a guerre in Paesi lontani e molti dei loro figli non tornarono più.

Erano diventati un po’ tristi, ma si consolarono acquistando radio, asciugacapelli e gioielli di bigiotteria.

Altro tempo passò; i due popoli si erano nel frattempo fusi in un’ unica nazione che era anche riuscita a ricomprarsi a duro prezzo una parte di tutto quello che i loro antenati avevano regalato.

Un giorno i popoli "aldilà del mare" decisero di unificare le loro monete e di dare a tutte lo stesso valore.

Anche alla nuova nazione fu offerta la possibilità di partecipare. L’idea piacque moltissimo ai nostri amici che però, non avendo più oro e terreni e disponendo di scarsissimi investimenti industriali furono costretti a racimolare il proprio controvalore impoverendo ulteriormente l’intera popolazione.

Il rischio e la pena erano grandi, la rabbia e le privazioni erano al limite della sopportazione, ma il pensiero di tornare alle conchiglie fu considerato inaccettabile.

Al mio nipotino la storia della moneta europea l’ho spiegata così; quando mi ha chiesto di raccontargliela una seconda volta, l’ho scritta.

S.Giovese – ottobre 1996