Attenti alla Cultura

La dura battaglia combattuta contro le valenze negative legate al concetto di tradizione sembra ormai volgersi a favore di un’immagine meno stantia del prodotto vino. I nonni rubicondi e baffuti con tanto di cappello di paglia, camicia a quadrettoni, scarpe grosse, falcetto in una mano e spighe di grano nell’altra, si ritirano in disordine. Resistono ancora, ma sporadicamente, improbabili feste sull’aia con musica d’ambiente e fisarmoniche d’epoca, stagionali alpini con i capillari scoppiati ed improbabili turisti oriundi col malessere di vivere.

La roccaforte del vino delle radici, quello dei valori antichi, dei cimiterini di campagna, della fatica e del sudore sta per essere conquistata. Il Mulino Bianco del vino italiano sta finalmente crollando. Non è stato facile. Il settore produttivo la lezione l’ha imparata, più che dalle nostre reiterate indicazioni, dal crollo dei consumi quotidiani.

Un’altra insidia minaccia però adesso l’immagine del vino ed è rappresentata da un avversario ancora più formidabile di quello precedente: un nemico di fronte a cui non si può non impallidire per la paura: la Cultura.

Con la C maiuscola; quella che vuole essere protagonista, che smania per mostrarsi, che viene usata come grimaldello nei più superficiali rapporti sociali. La cultura come bandiera e non come arma, come fine e non come mezzo, come urlo e non come abituale pratica di confronto.

Considerando il mito della cultura come asso nella manica faremo poca strada e finiremo nuovamente per invischiarci in vortici di disinteresse generati da immagini stanche e scadute come uno yogurt di una settimana. Saremo come quegli scolari che alzano sempre la mano per dimostrare che le cose le sanno: insopportabili!

Se qualcuno spera di conquistare nuove fette di mercato giovanile cercando di trasformare esuberanti adolescenti in improponibili Michele, sbaglia della grossa. Guardiamoli questi giovani, senza usare una lente da entomologo; finiamola di dissezionarli per vedere come sono fatti dentro. Sono già anche troppo confusi e strapazzati a causa delle finalità del mercato globale.

Anche per loro, come è stato per noi, vale per tutte le cose la regola dell’esperienza: la prima volta di nascosto, la seconda per stare in compagnia, la terza e le successive per scelta individuale. Nessuno tra noi ha iniziato a bere vino perchè è un prodotto che reca in sè forti connatazioni culturali; perchè dovrebbero farlo gli altri?

La settimana scorsa un giornalista del settore faceva notare, dispiacendosi, che tra i centomila ragazzi che a Imola stavano assistendo al concerto di Vasco Rossi non girava neanche un bicchiere di vino. Mi piacerebbe sapere se c’è tra noi qualche sconvolto che in un’occasione simile, dopo ore di accampamento in una landa arroventata, si sarebbe goduto un bel rosso passato in legno o che, al meglio organizzato, si sarebbe portato da casa in uno zainetto-frigo il cestello, il ghiaccio, alcuni calici e un paio di bottiglie di brut.

La cultura è quella cosa di cui si deve essere provvisti per comprendere che i "personaggi colti" sono molto spesso inaffidabili.

E’ una componente tonica che invece di indurre all’arroganza conferisce un delizioso benessere: è come alzarsi dal letto dopo aver riposato bene.

S. Giovese – giugno 1998