Noi, italiani emergenti

in eterna emergenza

 

Gennaio 2002

 

Siamo un Paese emergente in eterna condizione di emergenza. In altre parole una nazione che non fa che raggiungere la superficie (non si sa bene di cosa) per trovarci una improvvisa situazione di pericolo. Verrebbe da pensare che sarebbe forse meglio rimanersene  tranquillamente sotto invece di andarci a cercare dei problemi. Penso che siano stati gli economisti a convincerci, nel tempo, di essere emergenti; deve essere stato negli anni in cui facevamo l’altalena nella lista dei primi dieci Paesi industrializzati del mondo. Alla parola emergenza ci hanno abituati invece la tivvù, i giornali e la classe politica; non credo che ci sia stata una precisa volontà da parte loro nella scelta del termine: semplicemente si sono accorti che tutte le volte che lo pronunciavano o lo scrivevano noi italiani davamo il meglio in fatto di attenzione. Ancora adesso, dopo tanti anni di stupore continuo, di fronte all’emozionante parola assumiamo un’espressione basita di circostanza. Abbiamo la faccia predisposta per l’occasione, quasi un appuntamento, la mattina mentre sfogliamo il giornale e all’ora di cena davanti al video. La parola emergente non ha però la stesse valenze proprie della parola emergenza. Infatti mentre la prima è soggettiva, la seconda è oggettiva. Mi spiego meglio. Il consumatore di parole recepisce diversamente i due termini e li vive di conseguenza in due modi molto distanti tra loro. Quando capita di leggere che la regione nella quale si vive ha aumentato le proprie esportazioni verso l’Asia si è soddisfatti, ma non più di tanto: in fin dei conti è ben difficile che ce ne venga un utile diretto. Quando invece si sa che la regione sarà spazzata dopo poche ore da un tornado si capisce subito che il problema ci riguarda eccome. Le due parole hanno un impatto emotivo talmente diverso sulle persone che capita di vederle usare a poche righe di distanza l’una dall’altra, anche per uno stesso soggetto, fosse anche un comparto produttivo. Quante volte abbiamo letto che  “il vino italiano è decisamente emergente negli USA nonostante l’emergenza causata dall’arrivo dei prodotti dal Sud America.” Ebbene, dopo avere assimilato un’affermazione di questo genere, il nostro connazionale manterrà la consapevolezza di essere pochissimo coinvolto nell’utile di esercizio dei nostri produttori di qualità, ma coverà ugualmente un rancore profondo per quei mascalzoni di cileni. Questo è il risultato dell’uso delle parole e della loro comprensione emotiva. A fronte dell’abuso di parole furbette nel quotidiano è interessante considerare quanto queste siano invece importanti nelle cosiddette scienze esatte. Prendete un cassetto e riempitelo di barattoli (tenendoli in piedi). Quando vi sembrerà che di barattoli non ne entrino più farete una cosa istintiva: scuoterete il cassetto infilando l’ultimo barattolo nel spazio libero che avrete ricavato. Ebbene in quel momento avrete risolto brillantemente una “catastrofe matematica”: un’emergenza che nessun criterio geometrico riesce a definire. Avete fatto una cosa grandiosa e non ve ne siete neanche accorti. Dico questo perchè sono molto affezionato all’idea che nella vita ogni giorno porti il suo problema e che la ragione fondamentale per cui siamo qui sia proprio la soddisfazione di averlo affrontato. Rimango sentimentalmente freddo davanti a situazioni emergenti e mi ritengo notevolmente assuefatto nei confronti delle emergenze. Mi piacerebbe cominciare questo nuovo anno a fianco di persone consapevoli che invece di lasciarsi trascinare dall’enfasi e dalla retorica, siano capaci di vivere l’emozione che c’è nel perseguire un successo attraverso la risoluzione dei problemi.

Dr. S. Giovese