La dura lezione dei fegatelli

Non so se tra qualche anno dovremo pentirci di quanto abbiamo fatto nell’ultimo periodo per avvicinare la gente alle origini della cucina tradizionale. Può darsi che finiremo per sentirci colpevoli di quanto sta accadendo alle allegre comitive che fino a poco tempo fa si limitavano a salutari scampagnate e che adesso abbiamo contribuito a trasformare in altrettante spedizioni etnico-cultural-enogastronomiche. Mi stringe un po’ il cuore avvertire la loro consapevolezza, la loro determinazione, la loro sete di cultura e di informazione: mi sembra che stiano lavorando anche nel fine settimana. Non hanno più soltanto il binocolo per spiare gli uccelli che trascinano indifferenti la loro giornata, la guida ai funghi edibili in quattro volumi, la dispensa che riporta il tracciato dei sentieri alternativi con i vari livelli di difficoltà, la mappa al 25.000 dell’Aereonautica Militare che, anche se è vecchia è comunque molto particolareggiata, e un bigliettino, con l’indirizzo di una trattoria dove "in cucina la pasta la fa la mamma e il figlio, anche se laureato in fisica nucleare, ha sposato un’americana che ora vive lì e serve ai tavoli". Adesso i nostri hanno, come si diceva nei mitici anni Sessanta, preso coscienza di sé stessi. Convinti più che mai di essere ciò che inghiottiscono, viaggiano indomiti per variare il più possibile la loro essenza e si documentano con scrupolo per comprendersi meglio. Capita così di sorprendere un gruppo di dipendenti comunali riunito in una cantina assieme alle famiglie, attorno a un autoclave, quasi in domenicale raccoglimento. O di cascare nel bel mezzo di un gruppo di studio sulla panzanella tra le tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi di un agriturismo.

Lungi da me l’intenzione di svilire questo fenomeno che assieme all’interesse per i prodotti sta portando significative entrate al settore, non posso però esimermi dal considerare che se l’amore per il turismo enogastronomico è stata una vera e propria esplosione, ora ci troviamo già nel momento del fallout.

La ricaduta culturale è difatti per il momento deludente, con qualche punta di originale comicità.

Il signore che mi raccontava di avere assaggiato a Lazise la trota in carpione con un ottimo Chiaretto di Bardonecchia non si rendeva conto di avere, nella migliore delle ipotesi, sbagliato tutto nella vita.

La conoscente che aveva in provincia di Siena mangiato "squisiti fegatelli conditi con un odore particolare" è rimasta delusa quando le ho detto che nel suo giardino ha addirittura un albero di alloro e poi particolarmente disgustata allorchè, alla sua successiva domanda, ho risposto che la rete in cui si avvolgono non è altro che un segmento del peritoneo del maiale. Non ci ha visto nulla di esotico.

Il turismo enogastronomico è di sicuro un ottimo mezzo per avvicinare le persone al consumo di qualità: su questo tutti d’accordo. Ma la strada da percorrere perchè diventi una felice consuetudine è ancora lunga. Cerchiamo di aiutarli, questi nuovi Indiana Jones della cucina italiana, senza gravarli di programmi didattici troppo pesanti.

S.Giovese – dicembre 1997