Le indagini di Gregorio Scalise

File: il fior di latte insanguinato

Fra immagine e mondo reale chi avrebbe vinto? Solo rotture di scatole tra la realtà ed il suo doppio. Ero giunto a questa conclusione mentre cercavo di infilare un paio di pantaloni scuri che assieme ad una giacca ugualmente scura ed una cravatta tinta avorio costituiscono la mia divisa d’ordinanza. Detto così sembra che sia un postino o un guardiacoste, in realtà cercavo solo di rendermi presentabile per una cena, un’occasione come un’altra per concedermi una pausa da Grosz.
Nella torre del quartiere fieristico il bel mondo della gastronomia si era dato appuntamento per l’ennesimo esperimento di contaminazione tra la cucina bolognese e la cucina "altra". Questa volta erano di turno i Giapponesi. Non ho mai capito in cosa consista la cucina "altra". Avete mai cenato, che ne so, in Olanda? Non capisco neanche perché i Petroniani si diano tutto questo da fare per sabotare la loro cucina, un po’ grassa, ma non certamente accostabile alle aringhe, ai cetrioli con lo yogurt e alle zuppe di cavolo di altri Paesi. Grazie al cielo ognuno poteva servirsi da sé. In omaggio al Sol Levante scelsi subito un antipasto di prosciutto e formaggio grana. E’ certo che non avrei toccato il pesce crudo glassato. Quanto alle alghe, non le avrei date neppure al mio gatto. Ero incerto se servirmi una seconda porzione o cambiare genere quando il tipico urlo strozzato di chi scopre un cadavere in cucina mi avvertì che la cena e la tranquillità erano andati a pallino. Il bel mondo tremò. La signora al mio fianco fece ballare la sua gelatina.
Motorola mi si contorse nella tasca.
Era Mazzoleni della scientifica.
- Sono alla fiera, alle prese con il corpo di un cuoco pieno di crème caramel.
Che velocità, la scientifica!
- Ci sono anch’io. Ora capisco perché tardava tanto il dessert!
- Hai qualche idea in proposito?
- Non mi sembra una cosa normale, questo è sicuro. E’ giapponese anche il morto?
- E’ dannatamente italiano; era qui per tentare un esperimento estremo di abbinamenti enogastronomici. Forse a qualcuno il dolce che ha preparato non è andato bene: invece di servirlo a tavola l’hanno usato per farcirlo.
Chiusi il contatto. La cosa non mi riguardava. Volevo soltanto andarmene. E avevo ancora fame.
Per questo mi infilai in un pub dove incontrai, per caso, Giancarlone. E’ una persona con cui si può trascorrere un intero pomeriggio parlando di torte inglesi o di cucina messicana senza annoiarsi e senza sentirsi un tanghero.
La tivù in un angolo riprese la notizia del cuoco riempito non si sapeva bene se di crème caramel o di fior di latte.
- C’è una bella differenza - sentenziò Giancarlo - Pensa che proprio ieri sono stato consultato in proposito da uno strano personaggio mandato di sicuro da qualcuno che sta nel business.
- Sono molto diversi i due dolci ? - chiesi incuriosito.
Altroché - rispose scandalizzato - Il fior di latte è molto delicato, al suo confronto il crème caramel non esiste nemmeno. Ogni massaia ci prova, almeno una volta nella vita, con il fior di latte. Ma la ricetta originale è difficilissima da trovare: è una tradizione orale, un vero e proprio segreto.
Il giorno seguente arrivò con la solita caligine, alcune bollette e una cliente che mi sollevava dall’incarico.
- Lui non può tradirmi - gracchiava - e io non voglio saperlo.
Un vero peccato perché le foto che avevo scattato erano pruriginose al punto giusto, un vero capolavoro di indiscrezione. Se la voglia di guardarle le era passata, le avrei mostrato solo il conto.
- Non a casa - fece lei imbarazzata.
Ho diversi modi per farmi pagare: subito e in contanti, su conto corrente, per intermediario. Cambio secondo la psicologia del cliente.
Questa era all’antica, magari cattolica: un assegno alla mia cassetta postale andava benissimo.
Al direttore piace bere l’aperitivo con me. In genere si lamenta delle durezze della vita; qualche volta mi chiede se ho qualcosa di interessante per le mani.
Ebbi la debolezza di raccontargli la storia della ricetta antica e del cuoco ammazzato. La stranezza della situazione lo eccitò non poco e di punto in bianco mi trovai coinvolto nel dannato maccherone.
Usai Ericsson per chiamare Gioia. Dovevo ringraziarla dell’invito della sera prima. Lei si interessa di sapori, arte e cibo: una vera food operator culturale. La grande kermesse degli scampi in salsa rosa sparati tra i fuochi d’artificio per l’inaugurazione di Bologna Capitale della Cultura era una delle sue ultime realizzazioni.
Non fu felice di risentirmi così presto; durante l’ultimo stage di poesie masticate avevo spruzzato un po’ di brodino addosso a una nutrizionista sensitiva che mi stava stressando.
Volevo sapere se l’incontro con i Giapponesi l’aveva organizzato lei.
- No. Ho seguito soltanto gli inviti. So che si tratta di un’organizzazione che vuole aprire una catena di ristoranti dalle nostre parti con personale orientale: è più esotico e costa meno. Comunque non seccarmi, non ho tempo - concluse bruscamente.
Consultai i giornali.
La Regione si dichiarava costernata, il sindaco si rifaceva alla grande tradizione della città e del tortellino, il questore affermava che si stava indagando a 360 gradi. I ristoratori insorgevano contro l’incidente e contro i Giapponesi. Giancarlone appariva su giornali e tivù, intervistato continuamente sul crème caramel.
Motorola non stava nella pelle (della custodia), saltava nelle tasche come un delfino. Cercai nuovi indizi presso osti, ambasciate, impiegati comunali, vecchie zitelle specializzate in dolciumi, istituti alberghieri, camere di commercio, camerieri, facoltà di antropologia, storia del cibo, percezione del gusto e medici specialisti in gastroenterologia.
Non ricavai molto ma mi divertii moltissimo. Chiamai anche Grosz per dirgli di non aspettarmi.
- Che disdetta, avevo proprio una partita di Beluga per te - disse ridendo.
Era una strana impressione: mi sembrava un riso giapponese.
Tutto, attorno a me, aveva connotati orientali: anche le due torri mi sembravano due pagode.
Il capo ufficio stampa della Regione era una bruna rampante quanto basta per farsi addolcire da una qualche notizia sballata e clamorosa. Le dissi che correva voce che Ronaldo avrebbe aperto una boutique di 240 metri quadri in centro e lei, in cambio, mi riferì dove avrei potuto incontrare il capo della delegazione giapponese.
Parlava un buon italiano, quella faccia gialla e spietata.
- Allora, questo fior di latte le piace molto - chiesi a bruciapelo.
- E’ molto buono, dicono.
- Perché, lei non l’ha mai assaggiato?
Guardò nervosamente l’orologio. Sembrava un magistrato alla sua prima inchiesta o il c.t. della nazionale.
- La catena di ristoranti che state per aprire, non ha come cavallo di battaglia proprio il fior di latte?
Il furbone mi stava tacendo particolari che erano invece su tutti i giornali e anche questo voleva dire qualcosa.
Se il silenzio parla, anche le omissioni fanno il loro chiacchiericcio.
Nel mio studio, da solo, misi a fuoco che i giapponesi consideravano il fior di latte come carta vincente per la loro penetrazione nel nostro mercato; ma non erano riusciti a trovare la ricetta.
Si erano messi in testa che fosse una specie di segreto di stato. Dovevano aver speso fior di yen per procurarsi qualche indicazione.
Sono loro che fanno lievitare i costi dei quadri alle aste: comprano solo per vincere, perché hanno un innato senso di competizione. Ma qual era la competizione in questo caso?
Feci il solletico a Nursey, il computer domestico, chissà se mi avrebbe dato qualche indicazione sul cuoco assassinato. Cavolo; aveva una splendida cuocografia!
L’attenzione della stampa era andata ai giapponesi, alla cornice dell’evento e perfino ai rapporti tra il cibo e l’arte funeraria. Ma dell’assassinato solo poche parole. Sembrava che fosse uscito da una torta di mele. Fatto sta che in quel momento e in quella situazione aveva commesso un errore fatale. Pensai, del tutto casualmente, alle ricette di Nero Wolf e mi tornò in mente Giancarlone. Motorola mi ci mise subito in contatto.
- Quale può essere il più grande errore per un cuoco - gli chiesi.
- Non saprei. A che proposito?
- A proposito dell’omicidio della fiera. Che sbaglio può aver fatto nel preparare il fior di latte?
- Se era un buon cuoco nessuno.
Ma c’è la probabilità che anche lui ne sapesse poco. Si tratta di una ricetta locale, che anche mia zia può fare meglio di un grande chef.
Se ne vedono di tutti i colori in gastronomia.
Chiusi la comunicazione e GSM Philips mi fece entrare direttamente alla centrale di polizia.
Chiesi a Mazzoleni se il cibo della famosa cena era stato conservato.
- L’abbiamo buttato via stamattina - disse - questi Giapponesi per certe cose sono un disastro. C’era un dolce acido, una specie di yogurt, e qualcuno insisteva a dire che era crème caramel.