Le indagini di Gregorio Scalise

File: Il mistero del FOT San Petronio

(novembre 2001)

 

 

“Da stasera la statua di San Petronio sarà controllata notte e giorno da pattuglie di cittadini e vigili urbani” aveva detto l’assessore alla sicurezza.

Da parecchi giorni guardie ecologiche e pattuglie controllavano l’acquedotto, la posta, il palazzo della Regione, la città in generale.

Le scorte di acqua minerale erano sul punto di esaurirsi.

Io stesso avevo visto gente che si accaparrava metri cubi di scatoloni di bottiglie. Nelle farmacie scarseggiavano tutti i medicinali.

Tutti facevano scorte impressionanti; si attendeva di giorno in giorno una

grande esplosione anche se nessuno sapeva di che genere.

I casi di carbonchio erano stati due, l’acqua era potabile più che mai. Niente era accaduto tranne lo scontro fra due autocisterne, il deragliamento di otto treni ed il malessere di un’anziana signora mentre apriva un telegramma.

La frase adoperata nel giornalismo per distinguere ciò che è notizia da ciò che non lo è era diventata realtà: un politico aveva afferrato un cocker e aveva cominciato a morderlo.

Alcuni inviati speciali erano sotto processo per diffusione di notizie allarmanti, diversi mitomani erano in carcere per avere inviato borotalco

per posta prioritaria. Mentre il mondo era sull’orlo di una crisi di nervi a Bologna si litigava per la statua di San Petronio.

Alcuni la volevano in un posto, altri in un altro, altri ancora volevano che

fosse collocata nella basilica omonima.

Queste polemiche non consideravano l’aspetto più imbarazzante della

questione: nessuno era più in grado di distinguere la copia dall’originale.

I responsabili amministrativi mostravano di essere perfettamente padroni della situazione, ma le parole di un funzionario, che avevo carpito per puro caso, non lasciavano dubbi: “Nessuno ci capisce più niente”.

I San Petronio erano diventati addirittura tre.

Si sapeva di uno scultore specializzato in falsi artistici che stava alacremente lavorando, finanziato dai soliti gruppi economici eversivi, per immettere un’altra statua del santo nella situazione anche già troppo incasinata.

Il direttore, che in queste cose ci sguazza come un’oliva nel Martini,

mi aveva subito chiamato.

“Questioni d’arte, mmhh. Falso ideologico. Qui c’è un’informativa, mmhh, riservata. Bene: il caso è tuo”.

Dopo la questione del topicida avevo giurato a me stesso che non sarei più ricaduto nei suoi trabocchetti. Eppure mi trovavo ancora lì, di fronte a lui che emanava un misto di soddisfazione e sarcasmo assieme alla puzza di un sigaro scadente. Puro snobismo da parte sua, dal momento che avrebbe potuto permettersi ben altro.

Con la solita magra e imprecisa documentazione mi recai dall’architetto

Colpogrosso: uno degli artefici di tutta l’operazione.

Colpogrosso, manco a dirlo, non mi ricevette. Scambiai due chiacchiere

con Simona, la sua portavoce. Rifiutò il mio invito a cena, ma mi diede

almeno il numero del suo cellulare.

In ufficio Sam, il computer che nelle mie relazioni esterne ha molto più peso di me, mi fece presente che non potevamo riposare sugli allori.

Sotto la voce San Petronio trovai molte curiosità che mi fecero cascare dal sonno. Era solo mezzogiorno e mezzo di un giorno di autunno, con la guerra lontana ma reale, la confusione politica e la legge sull’aborto attaccata di nuovo dai contro illuministi. Controllai se in biblioteca avevo De Maistre (il principe del pensiero reazionario) e mi promisi di leggerlo un giorno o l’altro.

Sfogliai il giornale tanto per venire a sapere che in città c’erano cellule

eversive, che il vaiolo era una minaccia lontana e che il cane morso dal politico era in prognosi riservata. Nel mio mestiere bisogna abituarsi alle assurdità, cosi mi feci spiegare da Walther, il mio dentista preferito, di che tipo di dentatura bisogna essere provvisti per ridurre un cocker in fin di vita.

Walther si esibì in un numero incredibile di ipotesi, il tutto mentre stava lavorando di gran lena su un paziente urlante. Altea, la nuova segretaria elettronica di Sam (ne licenzia una alla settimana) mi segnalò che Mara aveva urgente bisogno di parlarmi.

E’ dai fatti incresciosi e dall’infelicità degli altri che traggo la maggior parte dei miei proventi, ma ugualmente mi ripugnano questi casi di infedeltà e di consigli per il cuore. La faccenda di San Petronio mi aveva messo appetito ed era ora di fare un salto al Blade Runner. Avrei cominciato con un uovo in camicia con fonduta, poi una minestra di porri e patate, infine un fiocco di vitello alle prugne.

Altea aveva insistito per il contatto con Mara.

Mara ha ventisei anni e si vede con un tizio solo per scopare.

“I nostri incontri nascono e si consumano tra le quattro pareti del suo

appartamento - gemeva lei al telefono - oppure dietro un muro di macchine”.

Di cosa si lamentava? Ultimo tango a Parigi: perfetto.

“La prego, non mi prenda in giro. Si può scivolare l’uno nelle braccia dell’altro, non dormire per tutta la notte e dimenticarsi tutto il giorno dopo?”

“Non tutti ci riescono” mi sentii dire.

“Non riesco a stare senza di lui - gemeva - ma non riesco a stare con

lui in questo modo”.

Fulminai Altea con lo sguardo, certe segretarie vanno subito disattivate.

“E io cosa devo fare?”

“Voglio sapere se ha altre ragazze”

“Se è intelligente non ne ha” conclusi convinto.

La verdura era scotta al Blade Runner, inoltre mi ero stancato di guardare il solito nero che guardava il soffitto. Il locale era deserto, l’ora era quella di punta, fra qualche settimana avrebbero fatto una banca anche lì.

Molly, l’intraprendente proprietaria della villetta per appuntamenti

clandestini, mi raccontò qualche particolare piccante su Colpogrosso,

ma della storia dei falsi San Petronio non ne sapeva nulla. Quello vero era nei sotterranei della basilica oppure in custodia presso qualche privato? Oppure lo nascondeva da qualche parte proprio Colpogrosso? La statua non valeva molto, ma dopo l’esposizione sotto le Due Torri il suo valore era indubbiamente cresciuto non poco.

Trillò Krauss (il cellulare che vi rende ubiqui): era il direttore.

“Tu i listini di borsa non li guardi mai?”

“A volte” riuscii a mentire.

“Dà un’occhiata a quelli di oggi”.

Mi infilai subito alla Sala Borsa. Doveva diventare una super biblioteca,

poi divenne quello che è. La Lazio era salita, la borsa americana recuperava a vista d’occhio e San Petronio stava bucando il FOT (l’indice borsistico che indica una quotazione atipica) sia in positivo che in negativo. L’idea di quotare la statua in borsa non sapevo chi l’avesse avuta, ma di sicuro Colpogrosso ne sapeva molto più di me.

Tornai da Molly e passai la serata nella saletta blu che lei definisce “degli

indecisi” popolata come al solito da intellettuali che litigavano con passione a proposito delle dimensioni della basilica che doveva essere la più grande del mondo: niente di interessante.

In ufficio trovai un altro messaggio di Mara e uno di Clelia, l’operatrice di

borsa, che mi diceva di richiamarla a qualunque ora che tanto lei non prende mai sonno. Quando mi decisi a chiamarla erano quasi le tre di notte. Le sue parole giustificarono i miei sospetti: l’architetto era davvero il regista dell’operazione e, forse, anche il finanziatore dello scultore.

I meccanismi culturali e sociali sono semplici: basta trovare qualcuno che

abbia la voglia e l’interesse di metterli in moto. Anche dietro le migliori

cortine fumogene rimane sempre il gioco delle tre carte.

La mattina dopo il caffè era schifoso e quando il telefono cominciò a suonare capii che gli eventi sarebbero precipitati. Colpogrosso cominciò a tuonarmi nelle orecchie di smetterla di indagare sul suo conto e di infangare la sue reputazione. Mentre lui urlava via cavo suonò il campanello della porta. Era Simona, la sua portavoce, venuta apposta per raccontarmi che il suo capo nascondeva un San Petronio in garage.

I due stavano attuando una strategia incredibile per nascondere che cosa? Le radio locali gracchiavano che il sindaco aveva indetto una conferenza stampa per chiarire la questione. Cinque postini avevano accusato disturbi di varia natura. Nel frattempo un aereo fantasma era atterrato a Borgo Panigale, un elicottero volteggiava sulle Due Torri per proteggere il falso San Petronio e una fila di bolognesi cercava di scacciare la fila di turisti giapponesi che scattava fotografie.

Nel frattempo qualcuno aveva sfregiato il volto del patrono della città e per evitare inopportuni conflitti con altre etnie lo scultore del quarto San Petronio si era autoaccusato del gesto iconoclasta.

La Sala Borsa dava i numeri: il FOT San Petronio per cinque minuti saliva

alle stelle per discendere alle stalle nei cinque minuti successivi.

Una giornalista (ce ne sono di coraggiose qui da noi) accusava la

giunta di speculazione e un privato cittadino era stato fermato perchè si

era messo a gridare che il Presidente del Consiglio porta scalogna.

Deciso a chiudere il caso, tornai in ufficio e dissi a Sam di registrare

quanto segue:

“In relazione al caso dell’eccessiva proliferazione di statue del santo

patrono si prospetta l’ipotesi che l’originale non sia attualmente

distinguibile dalle copie. La documentazione in mio possesso non esclude la possibilità che la “vera” statua possa essere scomparsa nel corso dei secoli o accidentalmente distrutta subito dopo la sua realizzazione. In

conclusione ritengo che le fluttuazioni della realtà, in questa storia, seguano in maniera diretta quelle della borsa. Cosa succederà domani non è dato sapere. Come dice il proverbio: fammi indovino e ti farò ricco”.

Sam non era soddisfatto, ma emise ugualmente fattura mentre l’elicottero continuava noiosamente a girare sopra Piazza Ravegnana.