C’era una volta la funivia

Dallo schiaffo ad Arturo Toscanini alla lettera al Carlino della signora Sacchetti: 45 anni di attività di cui non rimane traccia

di Athos Barigazzi - grazie a Davide Damiani, responsabile della collezione storica di ATC

Maggio 2000

Che la funivia per San Luca ci sia stata non ci sono dubbi, ci sono salito anch’io da bambino. Che qualcuno se ne ricordi, invece, è tutto un altro discorso. Sembra strano che un impianto del genere possa scomparire senza praticamente lasciare traccia nei segni e nella memoria, ma per la nostra funivia è andata più o meno così. La vecchia stazione a valle, al pian terreno vetrine luccicanti, è stata trasformata in un’elegante residenza abitativa. La stazione a monte, due o trecento metri a occidente della basilica, è invece ancora lì cadente e sconsolata. Non si potrebbe entrare perché è pericolante, ma la curiosità è difficile da fermare. Al piano terra, tra macerie di ogni genere, si distinguono ancora grossi cavi metallici e argani in disuso. Saliamo con circospezione e troviamo, in un desolante abbandono, quel che resta del motore e della cabina di comando. Eccolo qui tutto quello che rimane della vecchia funivia di Bologna: poche matasse di cavo, un vecchio motore ed una gigantesca ruota dentata che si appoggia sbilenca da un lato.

Frutto di uno studio che ci riporta addirittura alla fine dell’Ottocento, la funivia per San Luca può ben dirsi figlia del Ventennio. Realizzata con tecniche definite all’epoca decisamente innovative, fu collaudata nel 1930 e aperta al pubblico il 21 aprile del ’31sotto la direzione dell’ingegner Ferruccio Gasparri.
La gestione venne affidata alla SACEF (Società Anonima Costruzioni ed Esercizio Funivie) che ne aveva ottenuta la concessione nel ’28. Aveva due cabine che portavano 18 passeggeri ognuna: mentre una saliva l’altra scendeva, cosicché ce n’era sempre una pronta a partire in tutte e due le stazioni distanti tra loro 1372 metri. Un unico pilone alto 25 metri sosteneva le campate dei cavi il più grosso dei quali (quello di sostegno) aveva un diametro di 46 millimetri.

Il percorso aveva un dislivello di 220 metri e veniva coperto in sei minuti e mezzo. Per l’inaugurazione ufficiale fu scelta la giornata del 14 maggio dello stesso anno, in occasione dell’Esposizione del Littoriale (il nome che avevano dato allo stadio in quegli anni un po’ balzani). Arrivarono le autorità: alle nove e mezzo di mattina tutti in stazione in un delirio di gagliardetti per accogliere il Ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano (babbo di Galeazzo) e il Sottosegretario agli Interni Leandro Arpinati. Verso le cinque del pomeriggio i due salirono, nella stazione a valle, sulla cabina della funivia assieme ai dirigenti dei fasci bolognesi e si ritrovano in un baleno a San Luca. L’impianto era inaugurato! La funivia nacque però sotto una cattiva stella. La trionfale giornata bolognese doveva concludersi infatti al Teatro Comunale con un concerto diretto dal maestro Arturo Toscanini. Ma all’imposizione di dirigere "Giovinezza" all’ingresso in teatro di Ciano e Arpinati, Toscanini si oppose con forza e finì per essere aggredito da un gruppo di fascisti uno dei quali gli tirò un ceffone in pieno viso. Il concerto fu annullato e Toscanini lasciò in serata Bologna e dopo qualche giorno l’Italia: sarebbe tornato solo dopo l’avvento della Repubblica. La funivia conobbe il periodo migliore della sua vita e fece onestamente il suo lavoro fino ai primi bombardamenti della seconda guerra mondiale, poi il servizio fu sospeso per riprendere soltanto agli inizi degli anni Cinquanta. Alla riapertura le cose sembravano ancora mettersi bene: pochissimi i turisti, ma molte le scampagnate e le passeggiate romantiche. Per compiere l’intero tragitto bastavano adesso soltanto quattro minuti. Anche gli abitanti della collina usavano la funivia per venire a Bologna. Le spese di gestione dell’impianto andavano però aumentando ed i collaudi periodici mettevano a dura prova i bilanci della SACEF. Negli anni Sessanta, forse a causa dell’uso maggiormente diffuso dell’automobile, cominciò il lento declino che nel decennio successivo avrebbe portato al disastro. Nel 1975 la SACEF dovette accollarsi la spesa di 25 milioni di lire per una serie di interventi richiesti dall’Ispettorato della Motorizzazione. Gino Pardera, amministratore unico della società, fece sapere di non farcela più a sostenere i costi di esercizio e chiese, senza ricevere risposta, l’intervento dell’amministrazione e degli enti preposti. Il 26 gennaio dell’anno seguente Pardera scrisse una lettera al Comune, al Sindaco, alla Regione, alla Provincia, alla Prefettura, alla Camera di Commercio, all’Ente Turismo, alla Motorizzazione, alla Curia, alla Camera del Lavoro e al Quartiere Costa Saragozza, nella quale annunciava la volontà di rinunciare alla concessione se nessuno fosse venuto in suo aiuto. Anche questa volta nessuno si fece avanti.

Si arrivò così all’epilogo. "Da domani ferma la funivia per San Luca" titolò il Resto del Carlino del 7 novembre 1976. I Bolognesi si allarmarono e protestarono, ma ormai era troppo tardi. I cinque dipendenti dell’impianto decisero di attuare una giornata di sciopero, anticipando di fatto la chiusura definitiva. alla porta della stazioncina fu appeso un cartello in cui si leggeva: Il servizio è provvisoriamente sospeso per motivi di manutenzione. Questo è tutto. "Dobbiamo veramente rassegnarci - scrisse la signora Fernanda Sacchetti al Resto del Carlino il 16 novembre del 1976 - a non vedere più la suggestiva, attraente, pittoresca funivia di San Luca? Per la nostra bella funivia, vanto per i Bolognesi

e attrattiva per i forestieri, non è possibile reperire le lire occorrenti a tenerla in vita? E i Bolognesi che fanno? Lasciano fare (in questo caso disfare) senza reclamare, denunciare, scioperare? Via non facciamoci, oltretutto, minchionare: non dipenderà di sicuro il mantenere o no in vita questa bella istituzione ad aggravare la nostra bilancia, locale o nazionale dei pagamenti".

Nessuno rispose alla lettera della signora Sacchetti. Quelle poche righe sul Carlino furono l’insolito epitaffio per la nostra funivia, di cui restano oggi solamente alcune malinconiche cartoline illustrate, un pilone desolato ancora in piedi a mezza costa e forse un po’ di nostalgia.

C’era anche la funicolare

Forse non lo sapevate, ma è vero! In occasione dell’Esposizione del 1888, che coincise con i festeggiamenti dell’Ottavo Centenario dell’Università degli Studi, una vera funicolare venne posta in opera per collegare i Giardini Margherita, dove si svolgevano la maggior parte delle molte attività dell’Esposizione, alla Mostra Nazionale delle Belle Arti che aveva invece sede sul colle di San Michele in Bosco. Era composta da due tronconi. Il primo era percorso da una tramvia a vapore che dai Giardini saliva per quella che è oggi via Putti fino al cancello di Villa Revedin proseguendo per l’attuale via Codivilla, portandosi al punto più vicino in linea d’aria alla chiesa sovrastante. Del secondo tratto, breve e ripidissimo, si occupavano le due vetture della funicolare. L’impianto, progettato dall’ingegnere bolognese Alessandro Ferretti, ebbe vita brevissima: fu smantellato alla fine dell’Esposizione e del suo percorso non rimane alcuna traccia.

La stazione di partenza della Funicolare di Ferretti nella primavera del 1888. La rara immagine è tratta dalla Rivista Ufficiale dell’ VIII Centenario dell’Università degli Studi