Le indagini di Gregorio Scalise

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L’uomo che stava diventando invisibile

 

Marzo 2002

 

Camicia e cravatta in tinta, mocassini in gomma, viso un po’ inespressivo, tempie brizzolate, fazzoletto grigio in tasca, abbonamento dell’autobus fra le carte del portafoglio.
“Permesso” disse educatamente.
Mi voltai e constatai che ci avevo azzeccato al 70%. Mancavano alla mia intuizione occhiali, scarpe pesanti, occhi chiari, capelli ancora scuri, forse tinti.
“Prenda quella sedia. E quando è pronto mi dica cosa vuole.”
Prese la sedia in silenzio. Quanto a me mi dovetti girare di 180 gradi, cosa che mi rese nervoso.
Dovevamo guardarci in faccia? I casi li risolvo per via intuitiva e culturale. I fatti li tocco con le molle: complessivamente mi disturbano.
Vedersi una brillante intuizione rallentata da un fatto è quanto di più antipatico possa accadermi.
I fatti, dunque, erano per me seccanti parentesi fra le parole “intuisco”.
“Soffro di una forma di malinconia - disse l’uomo - penso che il mio mondo stia per finire. Non mi ci trovo più.”
Ecco fatto. Se ne era venuto fuori con la sua malattia inguaribile. Ma che cavolo ci faceva quel fossile nel mio studio? A quale mondo alludeva, poi? L’audience di massa, per esempio, era finita. L’audience di massa si riferiva a un sistema segmentale di cavi, satelliti, radio, internet, mezzi stampa sempre più settoriali, sistemi Wap (Wireless Application Protocol). Di cosa mi veniva a cianciare quel rottame?
“Le persone per strada mi vengono addosso come se fossi trasparente. Le commesse sono sgarbate. I vecchi amici non mi salutano più. Il 12 non mi dà più i numeri giusti.
I commercianti mi fregano. Al numero delle FFSS informazioni è meglio non provarci neppure, chiedi Firenze e ti spediscono a Varese. Non riesco più a parlare la mia lingua, e se la parlo non vengo capito.”
“Ha mai provato la neo-lingua?” gli chiesi mentre mi accendevo una paglia. Morivo dalla voglia di soffiargli il fumo in faccia.
“Cos’è la neo-lingua?” mi chiese.
“Quella che parliamo tutti, anche noi adesso. In pratica si intuisce qualcosa dell’altro e ci si sintonizza su di lui. Il resto sono parole e contano poco. Non si devono seguire le parole, questo dice la neo-lingua.”
“Così, se io le dico vaffanculo, non importa?” chiese dubbioso.
“Per niente, pezzo di merda, è tutto OK.” risposi rassicurante.
“Io penso - continuò l’uomo - che fra poco qualcuno taglierà i fili che ancora mi collegano. Può far niente per me?”
Accesi il computer e chiesi a Sam di preparare la parcella. Quasi tutti i casi (eccetto le faccende coniugali) sono senza né capo né coda e quindi anche quella storia rientrava nelle mie competenze. Sam sferragliò un po’, accese qualche luce più del dovuto tanto per fare scena e fece scivolare la fattura sotto il naso del cliente.
“Non è proprio a buon mercato” mugolò.
“Quale filo teme che venga tagliato per primo?” Gli soffiai la domanda in faccia insieme al fumo della paglia.
“La memoria. La lingua. L’identità. La dignità. I miei pensieri. Resterò solo come un sacco vuoto.” Era disperato.
“Prospettiva incantevole - dissi - Lei è un impiegato?”
“Sì.” fece laconico.
Era sposato, separato, in preda a una forma di depressione, ma non era questo il punto, e così domandai ancora:
“Fra tutti quelli che conosce saprebbe dirmi, ma sinceramente, chi esercita più autorità su di lei?”
“Non saprei” rispose e io capii che era la sua ex-moglie.
Lo congedai non senza essermi fatto dare un congruo anticipo.
Praticamente il caso era risolto. I mali che il tizio aveva elencato erano reali, e su quelli nessuno poteva farci niente. I fili erano stati tagliati da un pezzo e il nostro mondo era ormai un “mondo ex”. Ma il tale (a proposito, come si chiamava?) avvertiva tutto questo perché era plagiato e infelice. Se fossi riuscito ad attenuare la sua situazione affettiva l’avrei facilmente persuaso che tutto, in fondo, continuava come prima. Avrei anche aggiunto che l’Italia non è un paese moderno, che l’audience e la tv generalista da noi sono ancora importanti e che siamo ancora in una situazione di oligopolio, sicché gli anni Sessanta e i primi anni del Duemila si equivalgono. Era giusto anche questo, con qualche variante che gli avrei taciuto anche perché non è che sia tutto chiaro neanche per me.
La segreteria elettronica mi scovò l’indirizzo della moglie e l’anno del loro matrimonio.
E’ stupendo trovare dati sulla vita degli altri senza spostarsi di un millimetro. Il prossimo caso, ci avrei giurato, sarebbe stato quello di un voyeur daltonico.
La moglie, Sara, mi ricevette in salotto. Si faceva mantenere, si era tenuta la bambina, e parlava di lui come di un povero imbecille.
Adesso però avrei dovuto capire (e il più rapidamente possibile) in cosa consisteva il suo potere su di lui. Neanche Freud ce l’avrebbe fatta nel breve lasso di tempo che mi ero concesso. Doveva trattarsi di un segreto con cui lei lo ricattava emotivamente.
“Le piace l’orangina?” le chiesi a bruciapelo.
Restò sconcertata: era, difatti, una bibita francese e poteva benissimo non conoscerla.
Ma io incalzai:“C’è un motivo particolare per cui ha sposato quell’uomo?”
Anche questa seconda domanda la colse impreparata. Eppure qualcosa doveva pur sapere. Ma erano i suoi lineamenti sbriciolati dalla sorpresa a interessarmi. Fragili e insignificanti, come le labbra strette, poco carnose, gli occhi incolori: una figura che aveva fatto voto di essere infelice. Questo suo “essere per la fine” poteva definirsi o come il frutto del loro rapporto o come una peculiarità che lei aveva trasmesso al mio povero cliente. In ogni caso era quello il filo che andava tagliato.
“Mi racconti qualcosa del rapporto con suo marito. Quello che le pare” dissi.
Non mi aspettavo che rispondesse “ma a lei che gliene frega?” o qualcosa del genere: infatti docilmente prese a parlare.
Mi sorbettai quella povera storia cercando di riflettere sui dettagli. C’era un solo modo, però per liberare Leonard (finalmente mi ricordai il nome col quale aveva firmato l’assegno): prendere la sua ex-moglie e buttarla dalla finestra.
Ad un tratto lei interruppe la sua storia e mi chiese: “Leonard l’ha pagata per farmi fuori?”
“Cosa glielo fa pensare?”
“Il suo modo di guardarmi. Mi guarda come se fossi un insetto.”
“Può ancora cavarsela - le dissi - ma lo lasci in pace, non gli parli, eviti ogni comunicazione, ogni contatto. Lei è la peste per lui, deve capire questo.”
Restammo in silenzio.
“Deve lasciarlo vivere - scandii - è’ questione di vita o di morte per uno di voi due.”
Non saprò mai se mi capì, so comunque che avrebbe fatto come dicevo.
So che con poche frasi le avevo messo una fifa boia. Sempre in silenzio mi alzai e raggiunsi la porta. Per qualche tempo Leonard sarebbe stato libero. Non avrebbe subito il fascino della ex-moglie e avrebbe smesso di meditare sul mondo e sul “mondo ex”.
Avrebbe accettato come tanti la sua condizione di uomo al di fuori dai giochi anche se non è facile rendersi conto di esserlo.
Ma il mondo nuovo ha questa caratteristica: ne fa fuori a bizzeffe senza che nessuno dica qualcosa o addirittura se ne accorga. Pensai a Sam,il mio amico computer.
Forse non sarebbe stato soddisfatto dell’esito del caso, ma il saldo della parcella avrebbe commosso tutte le sue accensioni. La città, al solito, girava freneticamente a vuoto. Non le passava neppure per l’anticamera del cervello di essere saldamente ancorata al romantico e lontano Ottocento.