L’orologio che non suona il 2 agosto

E’ vecchio ma non lo dimostra. Accompagnati dall’orologiaio Giuseppe Fini, che ce ne ha raccontata la storia, siamo andati a conoscere il meccanismo della torre campanaria di Palazzo d’Accursio.

di Athos Barigazzi

Settembre 1999

Nessun bolognese passa da Piazza Maggiore senza dargli un’occhiata. Spesso ci si regola anche l’orologio al polso sicuri della sua infallibilità. Siamo abituati a vederlo lì da sempre, ad usarlo con la stessa disinvoltura che avremmo se ci appartenesse direttamente. Lui, "l’orologio del Comune", è sempre lì. Sembra che ci sia nato. Ma dietro il rosone di quel quadrante c’è una lunga storia di uomini, di artigianato e tecnologia che pochi conoscono e che siamo andati a ricercare proprio in cima alla torre campanaria.

Costruita nel 1444, la torre ospitò sei anni dopo il primo degli orologi "di piazza" della regione. Era molto diverso dall’attuale e probabilmente anche più bello. Aveva infatti una carosello di figure che ruotavano all’esterno scandendo le ore ed un meccanismo estremamente complesso di cui si sono persi non solo quasi tutti i pezzi ma anche le tracce. Nell’incendio che nel diciottesimo secolo devastò il palazzo comunale, anche la torre dell’orologio riportò seri danni tanto è vero che la statua di San Petronio, a quel tempo collocata dove c’è la campana adesso, precipitò proprio sul carosello, distruggendolo. Delle figure se ne salvarono solo tre, una madonna e due re magi, che sono probabilmente oggi custodite qui vicino, in Piazza dei Celestini. Anche l’orologio riportò danni gravissimi. Al punto che i bolognesi decisero di farne fare un altro. Non fu semplice decidere chi e come doveva compiere il lavoro.

Alla fine, nonostante il parere contrario di alcuni nobili dell’epoca e soltanto dopo il parere affermativo di un orologiaio di Neuchatel convocato in qualità di perito, il meccanismo messo a punto da Rinaldo Gandolfi, ed esposto lungamente nel cortile di Palazzo d’Accursio a disposizione di curiosi e competenti, fu approvato. L’artigiano, fabbro nobile di Bologna, apparteneva ad una famiglia di fenomeni: uno dei suoi fratelli era infatti un pittore molto noto e quotato all’epoca e la bottega di famiglia, in via Drapperie, forgiava armi talmente belle che i Gandolfi erano da tempo gli armaioli ufficiali della città.

L’orologio fu installato nel 1773, come testimonia la scritta incisa sul telaio del meccanismo e che è ancora oggi perfettamente leggibile. Il cavo di ricarica scorreva in una botola stretta e rotonda che arrivava fino al livello dell’attuale farmacia ed un argano a mano veniva usato ogni 36 ore per tirare su il peso che vi era attaccato; la regolazione dell’orario era manuale e quotidiana e il meccanismo già batteva le ore e le ribatteva dopo due minuti nell’arco dell’intera giornata.

Per due secoli la storia dell’orologio non vede che il ripetersi di operazioni di manutenzione di poco conto fino a che, negli anni Settanta, gli acciacchi e l’usura del tempo cominciano a manifestarsi in maniera preoccupante. Si pensa addirittura di sostituire il meccanismo con qualcosa di nuovo e di elettrico. Un personaggio nuovo entra allora in gioco e si offre di salvare lo storico manufatto.

E’ Giuseppe Fini, l’orologiaio di via Santo Stefano, che chiedendo soltanto le spese per il trasporto fino al suo laboratorio, mette le mani su quel meccanismo già condannato dalla sua complessità e dalla sua vecchiezza. Fini ha già riparato l’orologio dell’Archiginnasio e conosciuto quasi tutti gli orologi più belli del mondo. Di esperienza ne ha da vendere e non se la sente di lasciar condannare un’opera così bella.

"Belli così non ne ho mai visti in tutta la mia vita" afferma deciso lui che pure ne ha curati tanti. "Superiore per meccanica al Big Ben di Londra e a quello di Monaco di Baviera" aggiunge convinto. Sono ventidue anni ormai che se ne prende cura.

E’ proprio Fini che ci porta su a vederlo, l’orologio di Piazza Maggiore. Il 3 agosto è una data obbligata per lui. Viene a riattaccare la suoneria che aveva staccata due mattine prima. Non so quanti bolognesi ci abbiano fatto caso ma, da diciannove anni, il 2 agosto il nostro orologio si rifiuta di suonare. Non so se sia semplice prassi o se sia già diventata una tradizione della città, ma la cosa aiuta a riflettere. Una porta celata da un affresco immette al sottotetto. Qui, in un primo tratto, le scale sono moderne e solide, rifatte da poco, ma via via che si sale la struttura si fa sempre più antica. Finalmente arriviamo al meccanismo. Fini, aiutato dal suo inseparabile amico Carlo, si mette subito all’opera sugli ingranaggi. E’ veramente bello e grande questo orologio: sembra di stare dentro a una enorme sveglia. Ruote dentate e contrappesi si muovono in armonia, un gigantesco pendolo descrive lentamente i suoi archi, scatti ritmici e meccanici sono gli unici rumori. Intorno al meccanismo originale c’è adesso molta elettronica: umidità, stabilità, temperatura; tutto viene controllato continuamente. Anche il passare del tempo viene calcolato esattamente da un tymer che regola l’orologio, in caso di bisogno, una volta al giorno. Mentre i due lavorano in silenzio, intendendosi a gesti, c’è tempo per salire ancora fino alla campana. La scaletta che porta alla botola sulla sommità è talmente vecchia da potersi definire invero "preoccupante" tanto si lamenta sotto ai nostri piedi.

L’altezza della torre è circa la metà di quella degli Asinelli, ma rimanere quassù praticamente abbracciati alla campana mentre questa batte le ore su un terrazzino di tre metri di diametro, dà una sensazione di inquietante precarietà. Il martello si alza lentamente ed è inevitabile che non si riesca a distogliere lo sguardo finché non si abbatte rapido sul bronzo facendoti vibrare come un diapason.

La suoneria è ripartita, i rintocchi si susseguiranno puntuali sino alla mattina del prossimo primo agosto e poi taceranno di nuovo. Fateci caso, se vi troverete a passare di lì in quel giorno.