Sai mica se sono arrivati?

- Sai mica se sono arrivati?

- No, mi dispiace, non ho fatto in tempo a sentire il notiziario.

Si girava per la strada, si lavorava, si facevano le solite cose, verso la metà di marzo. Il periodo è quello che è, si sa! Tutto si accavallava in quei giorni: le presentazioni di prodotti, il lavoro in cantina, le fiere che si susseguono a ritmo serratissimo ed il Vinitaly alle porte.

Bollivano i telefoni, si fondevano i fax, i tipografi davano i numeri, gli enologi erano insopportabili; tutti di corsa insomma in un’aria di laboriosa calma apparente.

Era il periodo dell’energia (la stagione aiuta) e degli appuntamenti.

Proprio in quei giorni la Germania aveva confessato di non essere messa poi così bene quanto ai parametri richiesti per l’attuazione della moneta unica.

Hanno voglia loro di fare i fenomeni - si sentiva dire nei bar - la verità è che stanno peggio di noi anche se credono di poter fare quello che vogliono.

Notizie confortanti arrivavano a mezzo stampa sulle condizioni del nostro disavanzo pubblico e ci si sentiva un po’ più su di moraledopo essere riusciti a pagare l’IVA.

In quell’aria di buona disposizione verso il mondo e di ottimismo per il business solo un tarlo ci rodeva tutti: chissà se stanno arrivando?

La gente se lo chiedeva cortesemente per le scale dei palazzi, in autobus, dal barbiere, aspettando i figli all’uscita dalle scuole e dal dentista.

Tutto continuava come sempre ma il senso di disagio, innegabilmente, cresceva con il passare delle ore.

Mi stavo occupando dei risultati di un’analisi sensoriale. Tannini sotto controllo; il risultato è armonico, buon equilibrio e giusto corpo: un lavoro fatto bene, occasione di soddisfazione. C’era di che essere contenti.

Ma quell’oppressione lieve non mi abbandonava un attimo.

La cappa dell’incertezza cominciava a generare un effetto deprimente.

Telefona un amico da Pesaro.

Anch’io finisco per fare la domanda di rito: - Per adesso nulla di nuovo - risponde - ma più a sud sono in allarme, ce li aspettiamo da un momento all’altro.

Quelli che hanno sempre le soluzioni pronte stavano già pontificando sul da farsi, i più sensibili avevano in faccia un’espressione smarrita, a quelli che pensano troppo ai tagli sui fondi di spesa sembrava che si stesse per rompere un giocattolo.

Quelli che si chiedevano a chi toccasse sobbarcarsi il disturbo, tirar fuori i soldi e trovare i mezzi, facevano da coro a chi si preoccupava di dove metterli, quanto tenerli e come trattarli.

- Siamo in Europa - si proclamava furbi - non è mica un problema soltanto nostro. Dovrano aiutarci per forza anche gli altri Paesi dell’Unione Europea. Altrimenti cosa ci stiamo a fare lì dentro; solo a farci fregare?

Che fosse un problema soltanto nostro me ne accorsi verso sera, guardando i loro visi al telegiornale. Non possiamo ignorare questa tragica evidenza nascondendoci dietro ad un bicchiere di vino.

Erano arrivati, gli Albanesi, sognando di fare i giochi nel nostro cortile.

E’per loro che il calice piange questa volta e, perchè no, anche per noi.

S. Giovese – aprile 1997