Hey, teachers, leave the kids alone!

Non amo parlare di giovani; mi fa sentire vecchio. E quando uno si sente vecchio, inevitabilmente, arranca in difesa e diventa saggio: ricco di esperienza. Detesto profondamente i Soloni che indicano soluzioni ed individuano cause dalle loro poltrone da cui si alzano con fatica a causa di artrosi e reumi. Non ho simpatia per chi enfatizza i valori della sua generazione senza comprendere, o addirittura negando, quelli di chi è venuto dopo. Quando si parla di esperienze generazionali sembra che l’uomo perda improvvisamente il senso delle cose. Basta pensare, esempio classico, agli aneddoti sul servizio militare. Non appena si tocca l’argomento si scatena una competizione senza esclusione di colpi in cui ognuno tenta di dimostrare di essere stato peggio degli altri. Attempati commercialisti si compiacciono di aver mangiato fette di patata intrisa di orina di mulo, stimati magistrati si dichiarano arricchiti dall’esperienza esilarante di un principio di congelamento. Gli uni e gli altri, pieni di commozione al ricordo di animaletti come muli e cimici, sono intimamente convinti che la mancanza di privazioni ed una diminuita razione d’idiozia comporti, per chi è venuto dopo di loro, una grave crisi nella formazione della propria virilità. Altro grande argomento: i giovani non leggono più, preferiscono il computer.

Questa è un’affermazione lapidaria, non ammette discussione o revisione. Ci sarebbe però da considerare che, nella storia moderna, le generazioni che veramente hanno letto libri e giornali a livello di massa, sono state fino ad ora solo un paio. La prima ha scritto la propria storia cercando di comunicarla. La seconda, leggendo la prima, ha riscritto più o meno la stessa storia cercando di darne un’interpretazione diversa. Prima di queste due generazioni, per la nostra penisola, c’era il maestro Manzi con "Non è mai troppo tardi" e dopo ci sono i famigerati giovani d’oggi.Ci sono poi quelli, e saranno sempre tanti in ogni tempo, che "quando eravamo piccoli noi, ci divertivamo molto con niente". E saltano fuori i tirini ricavati dalle vecchie camere d’aria delle biciclette, i coperchini riempiti di creta perchè andassero più forte, le bambole di stracci, le freccette delle cerbottane fatte con la carta del macellaio e con lo spillo in cima per ammazzare i passerotti. La conclusione della scarica di ricordi si conclude invariabilmente con uno sguardo compassionevole al primo bimbo a portata di mano e la sentenza "ora hanno tutto, ma non si divertono più!" Ogni generazione è intimamente convinta di essere migliore di quella che l’ha preceduta (questo è bene) e più intelligente di quella che la sta scalzando dalle leve di controllo del potere (questo non è tanto bene).

Il ragionamento non sta in piedi: implica il concetto che i popoli antichi fossero dei bruti e che il mondo stia marciando verso la conoscenza e l’umanesimo, ma anche il contrario: Adamo ed Eva erano le due colonne del sapere e dopo di loro è comiciato il declino inarrestabile verso la barbarie. Nell’Ottocento si diffuse tra gli scrittori e i letterati l’insana consuetudine di scrivere, nel corso della carriera, almeno un libello dedicato ai giovani con scopi educativi ed edificanti. L’abitudine durò fino al periodo tra le due guerre mondiali: generalmente gli autori uomini lo scrivevano per i bambini maschi e le autrici femmine per le bambine. Alcune di queste opere tremende sono tuttora rintracciabili da chiunque fosse punto dalla vaghezza di andarsele a sfogliare: provate a leggerne qualche riga e pensate ai danni che possono avere causato.

Non parteciperò alla tavola rotonda sui giovani e il vino. Non ho nessun tipo di indicazione da dare. Sono contrario a chi offre consigli. Mi limiterò, nel caso qualcuno voglia farmi delle domande, a rispondere con il massimo della cortesia, cercando di risparmiare le parole, sperando di produrre il minimo danno possibile.

S. Giovese – gennaio 1997