Tutta mia la città?

Con il cuore nel passato e i piedi nel futuro Bologna vive le contraddizioni di tutte le città in crisi di identità

di Gregorio Scalise

Giovedì 28 agosto, sono circa le dodici, il tempo è incerto, la città riprende il suo movimento, una macchina della polizia ferma in via Ugo Bassi fa salire un uomo. Accanto c’è un tale con una incredibile camicia gialla a scacchi.

L’uomo è stato sorpreso a rubare (un portafoglio a una donna) e il tale con la camicia gialla è un poliziotto in borghese che casualmente passava da lì.

"Meno male, l’hanno beccato" commentano le persone.

"Forse è uno zingaro" dicono altri. L’uomo con la camicia gialla a scacchi è guardato con rispetto:

"Ce ne fossero". Agli uffici di statistica del comune negano che la città sia pericolosa; eppure, a sentire le persone, un timore non nascosto serpeggia nelle parole.

Una inchiesta tra la gente rivelerebbe più di una scontentezza.

Due "scuole di pensiero" si intrecciano circa la lettura della città. La prima vuole che Bologna sia in trasformazione, la seconda invece, forse un po’ più apocalittica, vede nella contrazione del numero dei suoi abitanti il prosciugamento delle zone sicure e una metamorfosi dai caratteri negativi.

La struttura demografica di Bologna registra un calo di abitanti: si va dalle 103.000 unità in meno del ventennio 1970-1990 sino a giungere alla cifra attuale di 390.000 persone (alcuni dicono 372.000). Questo periodo è fortemente caratterizzato dal declino della natalità che nel corso di un solo decennio si è più che dimezzata.

Città sazia, disperata, come vuole qualche importante voce del clero? Eppure, dice Angelo Difrancia dell’ufficio statistica del comune, calcolare le presenze solo sul numero dei residenti non è un calcolo esatto; è vero che molti si sono allontanati,

ma poi finiscono per gravitare sulla città, sugli uffici, nelle zone di lavoro. E in effetti la città, nelle sue ore piene, assomiglia ad una micro-metropoli col suo caos, il suo traffico, la sua americanizzazione. Quest’ultimo fenomeno è un dato costante di tutte

le città. Il modello americano si è imposto, sono gli Stati Uniti ad aver vinto la guerra e a governare i mercati. Il comune sembra, in un certo senso, voler contenere questo fenomeno e razionalizzarlo nei limiti del possibile. Questa almeno è l’impressione che si riporta leggendo un rapporto (intitolato con galante demagogia Rapporto alle cittadine e ai cittadini); ivi si parla delle opere, dei progetti realizzati fino al 1996. Colpisce la voce "un comune facile da usare"; con la city card ci sarà il futuro in una tessera.

La city card è un tesserino magnetico (ancora in fase di progettazione) che riunirà le funzioni di molti tesserini già esistenti e... "altri ancora da inventare". Ci sarà un microchip e un piccolo computer che potrà ospitare numerose informazioni. Funzionerà come "borsellino elettronico": sostituirà il bancomat e il tesserino del cup.

Tempi magri per i borseggiatori? Fornire ogni giorno un servizio migliore del giorno precedente è lo scopo dell’amministrazione, continua l’opuscolo; si resta commossi nell’apprendere che esistono uomini, chiusi in accoglienti uffici, che pensano ogni giorno, ogni giorno di più, al nostro benessere funzionale.

Nel frattempo Bologna come l’avevano conosciuta quelli che oggi cominciano ad essere dei cinquantenni, se ne sta andando. Osterie tipiche addio, addio trattorie da battaglia e bar dove la vita del quartiere sprigionava il suo fascino e la sua sapienza. Esiste anche un "prestito sull’onore" per le famiglie che vengono a trovarsi in temporanea difficoltà economica. Molto saggio, ma la difficoltà è temporanea? Anni fa si è cominciato a parlare di globalizzazione e qualunque cosa significhi questa parola (con buona pace di Dahrendorf che ha cercato di spiegarcela) si è visto che essa è un po’ come l’araba fenice: esiste, non esiste, appare, scompare.

Stesso discorso, forse, si potrebbe fare fra i sostenitori del metropolitanismo (Bologna è una metropoli e come tale va vista) e gli strapaesani che non vogliono supermercati e torri nella vecchia e gloriosa stazione. Il ritmo da metropoli c’è, ma esiste anche la gente e le persone non sono entità astratte (lo precisava recentemente un sindacalista conosciuto, parlando delle pensioni e della riforma del welfare). Insomma gli esseri umani non sono ombre metropolitane.

L’astrazione dalla realtà complessiva conferisce spesso agli atteggiamenti una punta di fanatismo che si potrebbe chiamare modernità a tutti i costi: metropoli, globalizzazione, immigrazione. A sentire la stampa alcuni anni fa popoli interi avrebbero dovuto spostarsi come inseguiti dalle orde di Gengis Khan. Si è visto che le orde non ci sono, c’è invece un flusso, seppure costante. Così, forse, la trasformazione di una città di media grandezza in metropoli segue leggi non sempre visibili e prevedibili.

Forse Bologna metropoli come NewYork non diventerà mai.

E poi chi ha detto che New York sia proprio New York?

Il cambiamento è spesso accompagnato da una lunga gestazione durante la quale nuovo e vecchio convivono, si equilibrano; sinchè qualcuno non interviene drasticamente a favore di una cosa o dell’altra. Deve essere stato così anche per certe città orientali (Singapore per esempio) divenute preda della modernizzazione e trasformatesi in acerrime nemiche delle loro tradizioni. Sugli autobus si incontrano cinesi, colored, rom, ed è strano l’effetto contro la sagoma delle torri e dei vecchi palazzi. Ma al momento la città sembra contrarsi incerta, vivere del nuovo come di una necessità da far diventare virtù. E’ ancora legata ai suoi sogni di storia recente: quando i canali non erano ancora stati ricoperti e via Santo Stefano aveva i suoi tram.