Le indagini di
Gregorio Scalise

File: Un caso tutto di profilo

 

Settembre 2002

 

Mi ero sbagliato ancora una volta.
Quell’attentato non era né l’ultimo né il più importante. Ormai si susseguivano a ritmo quotidiano. Non so quale ente del cavolo aveva commissionato al direttore (che l’aveva sbolognato a me) uno dei più incredibili incarichi della mia assurda storia di rivelatore ideologico.
“Perché non vai a vivere a Ma’ aleph Ephraim? Avrai una vista panoramica sulla valle del Giordano e con la bypass road sarai a Gerusalemme in un battito di ciglia”.
Soldi, ecco tutto. Per soldi si picchiava la gente, per soldi si stava anche sul confine dei “cantoni” palestinesi, per soldi (e anche pochi) stavo sfogliando l’incartamento che il capo mi aveva passato.
“Buon lavoro vecchio mio, vedrai che te la caverai benissimo”.
Dovevo disegnare il profilo di un terrorista. Non si capisce bene che cosa
c’entrasse il direttore e che cosa avrei mai potuto dire io.
Vivevo di beghe matrimoniali e di corna, cosa che detestavo, ma mi dava da vivere. Incidentalmente avevo risolto il caso del fior di latte, dei falsi di Morandi, della sirena nei canali.
Ma questa storia non solo mi puzzava, usciva anche dalle mie competenze.
Scelsi Summer, il motorino estivo e mi recai in tutta fretta al nuovo Hemingway
bar: un nostalgico l’aveva aperto da pochi giorni e faceva sconti a tutti purché ci andassero. Ordinai un Martini e una bistecca al sangue. Mangiai e bevvi pensando a una caponata e a un Pinot grigio.
Il profilo di un terrorista? Se ha attitudine alla professione commette raramente errori, al massimo lascia qualcosa dietro di sé. Ma il mio lavoro era solo di tipo accademico.
Sam, il computer che mi teneva anche la contabilità, mi aveva dato risposte ridicole: tipo europeo, tipo italiano, tipo mediorientale. Mi aveva anche ricordato che dovevamo pagare una enormità di tasse. Guadagnavo poco e pagavo molto, anche in quel caso c’era qualcosa che non andava.
Decisi che per il momento avrei continuato il mio lavoro vero.
Un ingegnere sospettava che la moglie avesse una tresca. Invece di essere
felice e amministrare l’insperata libertà, il tapino voleva sapere. Livia, venticinque anni (lui cinquanta), slanciata, falsa magra, biondo ossigenato, laureata in zoologia. Questa era la realtà: lei andava a visitare cani e cavalli e incidentalmente si faceva qualche fantino o qualche stalliere o, chi lo sa, qualche pusher. Guardando la sua fotografia e la lista dei suoi impegni decisi che la giornata clou per lei era il mercoledì. Erano le 18 di martedì. Avevo il problema della serata. Forse Sam aveva organizzato qualcosa, un film d’autore,  o qualcosa di più eccitante.
Zelante come l’idiota che era, aveva invece scelto un documentario sugli animali.
Voleva sensibilizzarmi al caso che stavo seguendo. Trascorsi una notte pessima.
Il profilo del terrorista mi tormentava assieme ai topi di un giardino e alla
lunghezza di un alligatore, otto metri.
Erano le sei del mattino, sveglio come un grillo, stanco come un cavallo dopo una galoppata, inforcai Suspect, il motorino dei casi coniugali e mi appostai vicino alla casa della fedifraga. Quartieri medio alti, verde, largo patio, posto macchina, e altre piacevolezze. Neanche una macchinetta per il caffè. Nei telefilm e nei film i poliziotti mangiano sempre. Finalmente il bar aprì e andai a fare colazione.
Non potei fare a meno di guardare la barista (niente male), e lei mi ricambiò con un’occhiataccia. Anche questo nei gialli non succedeva, l’investigatore era sempre ben accolto dal gentil sesso. Ormai però eravamo in piena guerra, donne contro uomini, mi vesto e mi spoglio come mi pare, se mi guardi ti spacco la testa. Stavo pensando ad una storia di nudità e invisibilità di un testo classico (forse il re Candaule) quando l’avvistai. Si usciva presto, eh?
Gonna lunga, spacco generoso, camicetta, valigetta, occhiali da sole, nasino dolce. Bevve il cappuccino, non mi degnò di uno sguardo e con portamento altero si diresse verso il luogo dove qualcuno l’avrebbe scopata.
Ne ero sicuro, avrei risolto il caso in mattinata.
La seguii fino a un caseggiato di periferia: il grande cortile era abbellito da
una siepe, spensi Suspect e attesi. Quando passò la seguii. Questa volta l’occhiataccia mi arrivò mentre pensavo che forse non era antipatica.
Giunse ad un interno, suonò, io sbirciai comodamente il nome (Malaguti
Massimo) e finsi di cercare un altro cognome. Lei salì, io presi l’appunto del nominativo e mi sedetti su una panchina proprio di fronte allo stabile.
Erano le nove, prima di mezzogiorno lei non sarebbe uscita. La cartella che mi
aveva dato il capo era una specie di questionario: quali erano le motivazioni di un terrorista di oggi?
Le solite, pensai. Tutto è merce, dallo spettacolo ai detersivi, dalla poesia alle
scatolette di tonno, i rapporti sono rapporti di forza, i ricchi non possono che opprimere i poveri. Da Isaia ai giorni nostri la storia era più o meno la stessa.
Alcuni ci stavano, col regime di “produzione e oppressione”, altri cercavano
soluzioni democratiche e un piccolo numero di teste calde pensava di fare di testa sua. Le organizzazioni nazionali e internazionali ci pensavano loro a smistare questa pattuglia della violenza e basta. Ma il “reale profilo”, le reali motivazioni? Vattelapesca. Soldi. I coloni israeliani non rischiavano ogni giorno sui labili confini del loro stato? Non continuavano ad insediarsi e a scambiarsi fucilate con gli arabi? Desiderio di uno status mentale e reale.
Vivere al di fuori, non essere responsabile di niente tranne che della gestione
della propria diversità. Vivere da clandestini, poi, era un lusso. Tutti noi siamo un po’ Jekill e un po’ Hyde, mi aveva detto una volta un disegnatore di fumetti: mi aveva stupito quella saggezza così rozza e diretta, ma era proprio vero.
L’occhio mi cadde su uno che non poteva che essere Davide Timpanaro, il portavoce del sito “Unknowable day”. Me lo ero trovato tra i piedi anche per il caso del “tredicesimo uomo”, di cui ormai non si ricordava più nessuno. Gli arrivai alle spalle senza che se ne accorgesse: “E questa volta, chi sorvegliamo?”
“Accidenti, sei sempre tu. Cosa vuoi?” fece.
“Massimo Malaguti. Ti dice niente?”
Sbiancò: “Ma sai sempre tutto, maledizione”.
Avevo fatto centro un’altra volta. Evidentemente Timpanaro era lì per servizio e il
suo lavoro riguardava l’amico della tipa che seguivo io. A fare uno più uno non ci si rimette mai.
“Allora - incalzai - sputa l’osso e ti sentirai meglio”.
Deglutì e mi guardò con odio:
“Si tratta di un sorvegliato speciale, un ex-terrorista. Sospettiamo che mantenga
qualche contatto e cerchiamo di prenderlo in castagna”.
“Sai che c’è una donna su da lui?”
“Sì. Abbiamo ricevuto una segnalazione da una vicina”. Prese un foglio e lesse:
“Letto cigolante, sferragliamento, parti metalliche, colpi acuti, scosse. Abbiamo registrato anche i rumori, la scala d’intensità”.
La mia parcella contemplava un tot se avessi fatto un servizio completo, prove e tutto; il 30% in meno se avessi dichiarato che non c’era niente e che tutto era regolare.
“Sa, ingegnere, sua moglie se la fa con un ex-terrorista, ora sorvegliato speciale e forse inserito, non so perché, nei programmi di protezione. Questo è il nastro, veda lei se riconosce la voce di sua moglie. Se la riconosce il caso è chiuso e questa è la mia parcella”. Tutto in fondo, era tragicomico, e tutto, nello stesso tempo, era a portata di mano: bastava abituarsi a non credere nel modo giusto e a fare uno più uno. In un colpo solo avevo risolto il caso Livia e avevo anche il profilo di un terrorista: avrei ampliato un po’ i dati che Timpanaro non poteva negarmi. Pur di togliersi dalle scatole la mia invadente presenza era pronto a qualunque concessione.
“Bene Timpanaro - dissi - io sono a posto. Passo nel pomeriggio da te, mi dai la registrazione e i dati su Malaguti. Mica farai storie adesso”.
Mi guardò con dolce malinconia. Dio, come era brutto. Tornato allo studio iniziai le relazioni, telefonai all’ingegnere:
“Tutto a posto, ingegnere, lei può dormire sonni tranquilli. Nessuno la importunerà”.
In un certo senso era  vero. Livia, la notte, si sarebbe girata dall’altra parte.
Il riflesso di alcune luci mi infastidì la retina. Era Sam, incazzato come mai, che non aveva digerito il 30% in meno. Ma che voleva quel coso senz’anima? Che andasse lui dall’ingegnere a fargli sentire i rumori e a godersi la scena. In fondo esistono delle convenzioni: sono come dei muri di separazione, delle rimozioni, se si vuole. E dunque, perché rimuoverle? A quale scopo?