I problemi delle zebre sono "roba da ridere"

Da sempre, con il cambio di stagione, le zebre si spostano in branchi per trovare nuovi territori di pascolo.

Per raggiungerli devono attraversare grandi fiumi in cui le attendono, implacabili e affamatissimi, i feroci coccodrilli. Le zebre lo sanno ma non possono farci nulla: il guado dei fiumi è per loro un’esigenza primaria ai fini della sopravvivenza della specie. Il numero di animali a righe che finisce tra i denti dei coccodrilli può essere però definito "sopportabile" in termini statistici e questo rende la strage annuale niente altro che un ennesimo spunto per la coatta ispirazione dell’inossidabile Piero Angela.

Anche gli umani, con il cambio di stagione, si spostano in branco verso altri territori bruciando benzina che

al litro costa più di un dollaro, il quale vale più di euro che non c’è ancora ma che per tanta gente costa comunque sempre troppo.

Ma non hanno predatori: non esistono per gli umani i coccodrilli cattivi che mangiano i loro piccoli e i loro anziani. I vecchi sono in gran parte all’ombra, spesso rimasti a casa a pensare ai nipotini i quali, abbondantemente spalmati a protezione 24, non conoscono le tabelline ma sanno raccontare cose incredibili dei Pokemon. Per trovare il sistema di essere decimati, gli umani devono fare tutto da soli. E qualche volta non riescono a sopportare il peso psicologico che questo comporta e allora si deprimono, si impauriscono, si smarriscono nella vita quotidiana. Cercano di inventarsi i buoni e i cattivi. Il fumo del tabacco, la pecora clonata, la mucca pazza e gli alimenti geneticamente manipolati da una parte; le merendine, lo yogurt con la frutta a pezzettoni e il minestrone surgelato da quell’altra. Poi arriva il ministro della Sanità Veronesi (buono fino a ieri) e con le sue dichiarazioni rimescola a sorpresa le carte! Gli umani sono in gran parte inconsapevoli dell’ambiente in cui si muovono, rendendo inconsapevoli i loro gusti e i loro stomaci. Si potrebbe affermare di loro che sono alla perenne ricerca di un’identità alimentare pur essendo notevolmente a corto di un metro di giudizio accettabile per poterla definire compiutamente. Hanno scarsa propensione per la culinaria, poca curiosità per i sapori che non conoscono e sono spesso vittime di una terrificante scuola di pensiero che li induce a chiedersi se un piatto fa bene o male prima ancora di domandarsi se è buono o cattivo. Ricercano garanzie negli alimenti perdendo di vista il significato di nutrizione e quello ancora più importante di soddisfazione. Per collocare un prodotto sul mercato infatti non si deve più evidenziare quanto esso sia gradevole, ma soprattutto quanto siano rilevanti le sue potenzialità in termini di tutela della salute. Non a caso i consumi di vino sono in ripresa da quando sono stati scientificamente provati i suoi effetti benefici sull’organismo.

Sembra che gli umani più che nutrirsi si curino e che stiano in questo modo perdendo per strada fette rilevanti di qualità della vita.

Le zebre di cui si parlava prima sono abbastanza felici, almeno così me le figuro, quando non hanno fiumi da guadare o leoni da schivare. La loro vita la trascorrono senza troppe contraddizioni, brucando, giocando e facendo all’amore quando possono, senza pretendere di vivere cent’anni. Gli umani sono senz’altro messi molto peggio: dopo l’esodo e il controesodo avranno l’autunno difficile e così via per tutto l’anno, in una serie senza fine di piccoli grandi problemi indotti che ne caratterizzano la vita.

Pascal sosteneva che "a forza di vivere come non si pensa, si finisce per pensare a come vivere".

Per il momento non mi sembra però di individuare nuovi sintomi positivi di organizzazione mentale.

Dr. S. Giovese – luglio 2000