Le anteprime del ’99 e le ultime annate immesse sul mercato: quattro intense
giornate di assaggi e di viaggio

di Roger Sesto

 
Il Chianti Classico

Siena, 16 febbraio 2000

Per capire il fenomeno Chianti Classico, è bene partire subito con qualche cifra. I numeri - nella loro aridità - sono meno ermetici della poesia: e quindi sono un’utile "scappatoia" per una più immediata divulgazione.
Il territorio del Chianti Classico si estende su una superficie di 70 mila ettari, dei quali 8.500 vitati. I vigneti iscritti all’albo coprono un territorio di 7.209 ettari, 5412 quelli che aderiscono al Consorzio. La produzione di Chianti Classico ’99 è stata pari a circa 301 mila ettolitri, di cui 245 nell’ambito del Consorzio. Il Gallo Nero annovera 572 soci, di cui 265 imbottigliatori.
Con questo marchio nel ’99 sono stati prodotti quasi 158mila ettolitri, che vuol dire quasi 21 milioni di bottiglie (il cui 17% è Riserva). Quanto alla commercializzazione, il Gallo Nero nel ’99 ha esportato quasi il 69% del venduto: Germania, Usa, GB in testa. Sempre nel ’99, sono state commercializzate da tutti i produttori del Chianti Classico circa 24 milioni di bottiglie: 300 miliardi il fatturato, con un indotto stimabile in una cifra tre volte superiore.
Nella degustazione in anteprima dell’annata ’99, tenutasi nella storica cittadina del palio, al di là delle solite discussioni da "bar dell’enologo"
(barrique si/no, varietale si/no, tradizione si/no, territorio si/no e via elencando), che mi sono state utili - "riposanti" vorrei dire - per riprendermi dal viaggio, sono affiorate alcune sensazioni meritevoli di un par di righe.
Tutti i campioni degustati erano molto caldi di alcol, fenomeno emerso anche in sede di dibattito: se da un lato il grado etilico non è più l’esclusivo parametro per valutare la qualità e la struttura di un vino, dall’altro non si ha nemmeno più timore a proporre Chianti di 13.5-14.5°: quello era infatti il tenore alcolico medio. I nuovi cloni, le più basse rese, l’eliminazione dall’uvaggio delle uve a bacca bianca, le vendemmie leggermente tardive, hanno contribuito ad innalzare la potenza etilica del Chianti Classico.
Altro (quasi) comune denominatore: la concentrazione. Il livello medio degli estratti secchi era infatti piuttosto alto, con punte sino a 37 g/l., anche se con una deviazione standard eccessivamente elevata. In buona sostanza, un eccessivo scostamento di densità di estratti fra i Chianti più "corposi" e quelli meno. L’aspetto più interessante è stata la relativa variabilità analitica ed organolettica, riscontrata fra i vari campioni esaminati: un’autentica sorpresa, vista la loro giovane età, e il paventato (anche giustamente) pericolo di omologazione. Vi erano quindi esemplari dai colori violaceo carichi, altri dai cromatismi più scarichi, alcuni dalle tonalità più rubino-evolute.
Un colore stupendo - abbastanza intenso, vivo e violaceo - lo si è potuto osservare nel vino di Rocca di Montegrossi, grazie alla presenza in uvaggio (usiamo questo termine sol per convenzione...) di una piccola percentuale del simpatico Colorino. Quanto agli odori e, in minor misura, ai profumi, in alcuni esemplari erano piuttosto chiusi, in altro dominavano note vegetali balsamiche fresche, che scivolavano verso i frutti rossi, dalla fragola a bacche di sottobosco più mature, in talune circostanze la presenza dei sentori tostati conferiti dal sia pur brevissimo passaggio in legno erano più invadenti, integrati o meno con le altre componenti, sino a giungere ad una leggera vaniglia, al tabacco più o meno dolce, all’inchiostro. In alcuni campioni iniziavano ad avvertirsi profumi terziari curiosamente evoluti, in quanto più legati a fenomeni di riduzione che di micro ossidazione da barrique, come note di viola passa e di liquirizia. In alcuni campioni le note vegetali-balsamiche e certe complessità olfattive, vista anche la giovane età dei vini, uso della barrique a parte, erano probabilmente generate da un non trascurabile supporto di Merlot e Cabernet Sauvignon.
Tenuto conto anche della morbidezza gustativa che alcuni campioni presentavano, e che non poteva dipendere certo solo dal legno, visto i tempi di elevazione così brevi. Ma tant’è.
Parlando di gusto le sensazioni oscillavano appunto fra l’estrema morbidezza - persino prematura verrebbe da dire - a percezioni di maggior aggressività, improntate all’amarezza e/o all’astringenza, meno all’acidità. In taluni casi vi era già un discreto equilibrio gustativo. In tal altri vi era un netto stacco fra ingresso - dolce e relativamente morbido - ed uscita - amara, astringente, in alcuni casi leggermente acida.
Come già rilevato la maggior parte dei vini presentavano comunque una buona concentrazione ed un coinvolgente pseudocalore alcolico. Nel pomeriggio, in Santa Maria della Scala, scenografico ed antico ospedale nel cuore di Siena, oggi adibito a mostre e manifestazioni, si sono potuti finalmente assaggiare i Chianti Classici "veri", cioè quelli in uscita sul mercato in questi mesi. In degustazione i Classici dal ’96 al ’98 ed Classici Riserva dal ’95 al ’97. Su molti campioni dominava un’anomala componente vegetale-erbaceo-balsamica, non proprio da Sangiovese (
repetita juvant...), in altri esemplari l’apporto dei tannini del rovere era determinante, conferendo note dolci di cipria, altre di tabacco, di cacao, di caffè. In alcuni vini dominavano più "prevedibili" sentori di frutta, spesso molto dolce e maturi, sino alla confettura di fragole, alla prugna cotta, ai chiodi di garofano, alla liquirizia, al pepe. In generale, le riserve ma anche i Classici base, non presentavano estratti immani e grandiose concentrazioni al gusto. Ed alcuni campioni, anche relativamente giovani, esprimevano un carattere sin troppo evoluto e maturo, peraltro non necessariamente legato a tannini morbidi ed eleganti. Comunque tutti esempi giocati più sull’eleganza (o sul tentativo di raggiungerla) che sulla potenza. In definitiva, un equilibrio fra dolcezza, maturità, tannini del legno e del vino, estratti, sentori gusto-olfattivi (talvolta leggermente chiusi), non sempre raggiunto. Qualche buona segnalazione: Chianti Classico ’96 Riserva Carpineto, ’97 Riserva Castellare, Classico ’98 Badia a Coltibuono.

Il Vino Nobile di Montepulciano

Montepulciano, 17 febbraio

La superficie dedicata al Vino Nobile di Montepulciano è oggi pari a 900 ettari, che diverranno nel giro di 2-3 anni 1200. I soci che appartengono al Consorzio sono 186.
Da 15 anni è in atto uno studio di selezione clonale del Prugnolo Gentile, la varietà di Sangiovese alla base del Nobile, oggi quasi ultimato.
Nel corso del ’99 sono stati aggiornati i disciplinari del Rosso e del Vino Nobile, accorciando i tempi minimi di maturazione per quest’ultimo (12 mesi in legno e 6 in bottiglia a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo la vendemmia). Quanto alla versione Riserva e Vigna, assumono caratteristiche distintive dalla tipologia base. Ma l’aspetto più eclatante è la possibilità legislativa di ottenere Vino Nobile, vinificando in purezza Prugnolo Gentile (in precedenza la quota massima consentita era del 70%), ciò è stato possibile grazie all’enorme miglioramento qualitativo conseguito dal Prugnolo.
Ad ogni modo l’ultima vendemmia ha consentito di produrre oltre 44 mila ettolitri di Nobile (pari ad un fatturato di circa 60 miliardi) ed oltre 10mila e 500 di Rosso. Per un totale di quasi 7,5 milioni di bottiglie, inclusa la piccola produzione di Vin Santo. Il trend delle vendite, soprattutto per il Rosso, è nettamente favorevole.
Non poteva mancare l’immancabile dibattito sull’opportunità di inserire in uvaggio percentuali di vitigni internazionale, piuttosto che riscoprire vecchi vitigni autoctoni (leggi Canaiolo, Ciliegiolo, Colorino, Mammolo), rispolverandone il potenziale grazie a nuove selezioni clonali. E qualche interessante considerazione in merito all’allocazione dei nuovi vigneti da impiantare e relativamente ad alcune nuove tecniche di vinificazione ancora in fase di sperimentazione.
Ma veniamo al wine-tasting delle anteprime ’99, svoltosi al termine della conferenza stampa, nel piacevole e solare Teatro Poliziano.In degustazione cinque campioni, di altrettanti produttori, a rappresentare il potenziale della vendemmia ’99. I colori oscillavano fra il rubino intenso con riflessi violacei, sino ad un rubino scarico con riflessi quasi granata. All’olfatto le note andavano dalla fragola, ai piccoli frutti rossi e neri, alla marasca, sino a sentori vegetali secchi e già leggermente tostati, con note di tabacco e leggera paglia, in uno dei campioni, e di cioccolato in un altro.
Quanto alle sensazioni gustative, erano sensibilmente diverse da un campione all’altro. Parliamo solo dei tre esemplari migliori. In un caso si avvertivano note discretamente amare, ma sorrette da buoni estratti e da una trama tannica viva e fitta, anche se non ancora equilibrata. Nel secondo, un discreto corpo, correlato ad una buona intensità gusto-olfattiva, andava a braccetto con tannini abbastanza fitti e vivaci, anche se leggermente amari e ancora disarmonici. Nel terzo esempio, si faceva subito largo una notevole morbidezza, e dolcezza in entrata, rotta da una uscita un po’ amara, i tannini erano abbastanza fini e fitti con una coda leggermente astringente. Anche in questo caso, come nel Chianti, è però prematuro esprimere giudizi di merito sui singoli produttori, trattandosi di vini largamente in anteprima.
Analizziamo ciò che è emerso dalla sessione pomeridiana, una degustazione orizzontale palese dell’annata ’97. Sei gli assaggi. Due da menzionare. Poliziano. Di colore rubino brillante, appena scarico; dalle flebili note di piccoli frutti rossi, viola passa, tabacco dolce, il tutto accompagnato da una leggerissimo sentore metallico. Morbido e dolce al gusto, buoni gli estratti, con dei tannini abbastanza maturi, relativamente fini e fitti. E, soprattutto, Avignonesi. Dal colore abbastanza intenso, rubino brillante, e piuttosto denso quanto fluidità; il bouquet sentiva di marasca e di piccoli frutti rossi, di frutta matura, sino alla confettura ed alla gelatina, alquanto evoluto quindi. Al gusto si presentava abbastanza dolce e morbido, con dei tannini a trama piuttosto fitta ma ancora non del tutto polimerizzati e quindi ancora vivaci, bel frutto in evidenza, buona struttura e buon equilibrio generale, che si affinerà ulteriormente. A seguire, una stimolante visita all’azienda vitivincola Salcheto, dove, una verticale di Nobile dal ’90 al ’99, ha consentito di apprezzare l’evoluzione organolettica di questo vino nel corso di quasi un decennio.

 
Il Brunello di Montalcino

Montalcino, 18 e 19 febbraio

Contrariamente ad alcuni altri grandi vini, come il Barolo ad esempio, il Brunello, da un punto di vista enologico, nasce verso la fine dell’800, ad opera di Ferruccio Biondi Santi, il quale, attraverso una selezione clonale - pratica veramente pionieristica per l’epoca - del vitigno Sangiovese, ottenne un prodotto di grande qualità, con caratteristiche di vino da lungo invecchiamento, che chiamò - adottando un nome di fantasia - Brunello.
Il Brunello è stato il primo vino italiano, nel 1980, a potersi fregiare della Docg. Recentemente il suo disciplinare è stato oggetto di alcuni ammodernamenti, come l’abbassamento dell’affinamento minimo in legno da 3 a 2 anni.
Ma veniamo ad oggi, fornendo qualche sintetico dato sull’"azienda Brunello", come il Consorzio - un po’ retoricamente - definisce l’insieme dei suoi associati. Nel ’99 sono state vendute 11 milioni di bottiglie di vini di Montalcino - provenienti da 200 aziende agricole, proprietarie di 2500 ettari di vigneto - cioè a dire un fatturato di circa 200 miliardi. Il 62% del fuoriclasse toscano è stato esportato (Germania, Usa, Svizzera in testa).
Il marchio "Montalcino" dal canto suo, in base ad uno studio dell’Università Bocconi di Milano, ha un valore di oltre 500 miliardi. Quanto alla valutazione dell’annata ’99, dopo uno attento lavoro analitico e sensoriale svolto da una commissione di 18 enologi, gli è stato attribuito un rating di 4 stelle su 5.
Una vendemmia prestigiosa quindi, grazie ad un ottimo andamento climatico, equilibrato sotto tutti i punti di vista e che ha condotto ad una raccolta delle uve nettamente anticipata rispetto alla media (anche prima della metà di settembre), con campioni che presentano ottima intensità e tonalità di colore; profumi tipici che si manifestano con un bel complesso di aromi fruttati, intensi e persistenti; sensazioni gustative tanniche ed austere, che si evolveranno con l’affinamento. L’equilibrio che il Brunello ’99 fa presagire, avrà modo di concretarsi al meglio, grazie all’affinamento in legno e, successivamente, in bottiglia. Solo un dubbio: che senso ha organizzare per degustatori non strettamente tecnici, un wine-tasting incentrato sul Brunello ’99, avendo a che fare con un prodotto in grado di esprimersi solo dopo un lungo affinamento in legno ed in bottiglia? Tanto è vero che si sono assaggiati vini assolutamente non pronti, con una malolattica forse per alcuni non ancora completamente svolta, scomposti, fruttati al naso tipo vini novelli, privi di complessità, inaccettabili al palato in quanto acidi e soprattutto astringenti, con dei tannini alquanto fitti, ma assolutamente monomeri, verdi ed aggressivi.
Veniamo quindi alla più interessante degustazione dell’annata in uscita, la "mitica" annata ’95, alla quale furono attribuite pienamente - grazie ad un andamento vendemmiale superbo - le 5 stelle, e la cui produzione ammontò a 4 milioni di bottiglie. Al banco di assaggio abbiamo degustato una ventina di campioni. Vediamo cosa è emerso. Diciamolo subito: nessun eclatante acuto. Vini per lo più mediamente buoni, alcuni deludenti, qualcuno che rasentava l’ottimo, ma nessuno veramente eccezionale. Soprattutto considerando il "blasone" che l’annata ’95 si porta appresso (che sia un fardello, un po’ com’esser figli d’arte?). Alcuni campioni si presentavano un po’ scomposti, altri con una esuberanza di note tostate da barrriques, altri ancora con estratti non propriamente travolgenti, ma... andiamo con ordine e diamo qualche descrizione. Ad esempio il Brunello ’95 Col d’Orcia presentava un colore rubino di media intensità, abbastanza giovane, ma un poco spento, al naso si coglievano buone note dolci di marasca sotto spirito, sovrastate da un sentori tostati dolci un po’ invadenti, in particolare una speziatura di vaniglia, cannella e tabacco dolce, aerando il campione emergevano infine profumi - piuttosto maturi - di confettura. Al gusto, l’ingresso dolce lasciava subito il posto a delle sensazioni amare, con dei tannini ancora alquanto monomeri e a trama mediamente fitta, con un corpo di discreta importanza, ed un potenza alcolica nella norma. Quella dolcezza da legno tostato che si avvertiva all’olfazione, al gusto non compariva, integrata - in modo equilibrato - al resto delle sensazioni. Sensazioni olfattive non molto dissimili - anche se più equilibrate - erano date dal Brunello di Poggio Antico, mentre al gusto, questo campione, si presentava più morbido e fruttato, buoni gli estratti, tannini ancora da affinarsi, ma più maturi che nel Col d’Orcia, più acidità che amarezza. Barbi presentava un vino dai colori di media intensità, rubino tendenti al granato, con un quadro olfattivo piuttosto intenso e maturo. Note di frutta cotta, prugne in particolare, a braccetto con sentori tostati di spezie dolci e di bon bon. Al gusto un ingresso di media dolcezza, associato ad una sensazione piccante, discreti gli estratti e intermedia la maturità dei tannini. Più equilibrato al gusto che non al naso, troppo dolce ed evoluto. Un ultimo esempio. Il classico Brunello Banfi. Bello il colore, giovane e vivace anche se non molto carico, il naso pareva leggermente chiuso, poi si apriva con una speziatura un po’ piccante e acerba che giungeva sino al pepe nero, successivamente uscivano le classiche note tostate di vaniglia, cannella, in questo caso arricchite da un spolverata di cioccolato bianco, solo dopo diverse olfazioni, un tantino sovrastati dai profumi terziari, si avvertivano piccoli frutti rossi maturi. Il gusto, abbastanza elegante, si faceva notare per una certa morbidezza abbastanza dolce e rotonda, anche se la trama tannica, abbastanza fitta, presentava ancora qualche leggerissima vivacità e asperità, buono il corpo e la potenza alcolica. Un’interessante visita alla Tenuta Silvio Nardi, al culmine della sua fase di rinnovamento, sia in vigna che in cantina, con la degustazione del suo "Vigneto Manachiara" ’95, completava il lungo e sensorialmente (ma non solo) impegnativo tour toscano. Da segnalare la cena di gala a Villa Banfi, di grande atmosfera e suggestione, con un menù - preparato da "Checchino dal 1887", il più classico dei ristoranti romani - a base di pasta e ceci, pajata, coda alla vaccinara e via elencando, tutto preparato con mano sorprendentemente leggera.