Appunti di viaggio in Sudafrica di un bolognese amante del vino

di Franco Cervellati

Percorri tutta l’Africa dall’alto in basso e a un certo punto più in giù non puoi andare. La terra finisce con scenari da favola e se proprio vuoi correre incontro al Sud non ti resta che assaggiare la temperatura dell’Atlantico, ancora incapace di confondere qui le sue acque schiumose con la calda corrente dell’Indiano. Qualche buontempone ribattezzò il Capo "di buona speranza", portando evidentemente sfiga al numero industriale di barche, velieri e piroscafi da crociera che da queste parti sono colati a picco, spesso senza lasciare traccia. Come tanti altri turisti di ogni continente mi trovo qui perché davvero la zona del Capo, compresa l’omonima Città con la sua ricca corte di spiagge e giardini, è una delle più belle ed affascinanti del mondo. In Sudafrica le auto girano a sinistra e spesso trovi gente che guida da cani, quindi per non rovinare la vacanza è meglio affidarsi in loco ai giri organizzati che ti prelevano dagli alberghi e ti portano a spasso per l’intera giornata lasciandoti anche qualche ora libera per farti i fatti tuoi. Che nella regione di Capetown si producesse il vino non mi era del tutto ignoto, e anche chi è cresciuto a Lambrusco e Sangiovese come me (cocktail frutto delle origini crevalcor-medicinesi) non poteva non avvicinarsi con curiosità a questa tappa del viaggio. Quando però nel programma ho visto "intera giornata alle Winelands" ho storto il naso. Ma come, pensavo, con tutto questo spettacolo di natura ci fanno perdere un giorno a vedere qualche vigna, come se ci dovessimo stupire di qualcosa? Intanto, siccome la pioggia continua faceva accettare meglio la tabella di marcia, avevo deciso di farmi un po’ di cultura in materia e scoprivo le prime cose interessanti. Ad esempio che l’arte vinicola locale ha una lunghissima tradizione di quasi quattro secoli, che il clima e il terreno sembrano creati apposta per favorire una produzione eccezionale per quantità e qualità, che l’organizzazione alle spalle dell’industria raggiunge livelli da multinazionale. A questo punto, salito sul pullmino con guida e immancabile gruppo compatto di giapponesi sorridenti e caciaroni, volevo proprio toccare con mano questo presunto paradiso del vino. Appena usciti da Capetown imbocchiamo una strada che non lascia dubbi sulla destinazione: Wine Route. Il paesaggio assume immediatamente i contorni inconfondibili dei vigneti. Vigne a perdita d’occhio, lungo le pianure ricavate fra alte montagne e ogni tanto su e giù per rapide collinette. Tutto estremamente ordinato: la vigna è bassa, robusta; anche se agosto è stagione di riposo, dato che la raccolta in questo emisfero avviene tra gennaio e marzo, squadre di operai di colore brulicano tra i filari. Prima tappa: le cantine KWV a Paarl: semplicemente le più grandi del mondo!! L’infornata di turisti viene "marchiata" con un adesivo e accompagnata nella cattedrale del vino con una circospezione degna del Pentagono. Nella sala di proiezione viene proposto un video di venti minuti che ti snocciola uno dopo l’altro il miliardo di litri prodotti, le 5000 aziende collegate, i 50.000 addetti più gli 11.000 della distribuzione, i 42.000 visitatori all’anno fra cantine di vino e di brandy, l’esportazione in 50 paesi e via di questo passo, fino allo stordimento. Alla fine la lingua è già impastata e ti viene una voglia tremenda di assaggiarlo, questo benedetto vino. Ma non è ancora il momento. La guida ti tiene sulla graticola ancora il tempo (lunghissimo!) di visitare le varie cantine e di ammirare le botti in quercia europea intagliate dai tecnici francesi del Settecento o quelle immense in legno pregiato per il brandy (anche queste da record mondiale) che la KWV acquistò negli anni Trenta dal Portogallo: sette metri di diametro ciascuna (e sono sette). Per rimontarne ognuna dopo il trasporto, evitando l’impiego di chiodi o colla, le squadre di operai ci misero due anni! Alla fine del giro accusi una stanchezza fisica da tappone dolomitico. E arriva finalmente il momento di bere. Per la verità questi santoni del vino non si sprecano più di tanto: in una stanza arredata come Versailles ci propongono in ordinata fila su un prezioso tavolino un Sauvignon, un Cabernet Sauvignon, un Pinotage, uno Chardonnay, un Moscadel, più un Porto e un Brandy. Di ognuno, sempre prima di poter arraffare una bottiglia e riempire un bicchiere, vengono descritte qualità e peculiarità con la precisione di un manuale di scienze applicate. Fra tanta freddezza rimpiangi sinceramente la familiarità paesana delle nostre sale di degustazione. Ma fra un bicchiere e l’altro, con l’ausilio di qualche raro cracker, ti accorgi che la qualità di ciò che bevi è notevole. Specialmente i rossi sono ottimi, ma anche il brandy non è da meno. Con le idee un po’ confuse sulla geografia mondiale del vino risalgo sul pullman; tappa successiva le Cantine Neetlingshof a Stellenbosch. Qui tutto è concepito in funzione dell’uva e dei suoi prodotti. Tecnologia vinicola è anche un corso di laurea molto selettivo della locale Università. Tra vigneti interminabili giungiamo in quella che sembra una reggia, e altro non è che una superlussuosa cittadella del vino e del turismo sorta intorno al primo insediamento dell’emigrato tedesco Neetling nel 1692. Qui l’assaggio dei vini è un po’ più informale e simpatico (anche se per i turisti fai da te è a pagamento!). Spiccano eccellenti Merlot, i superpremiati Riesling e qualche spumante che se non avesse strane scritte sull’etichetta ti parrebbe di averlo stappato mille volte a Capodanno. Il viaggio prosegue passando per le imponenti cantine Stellenzicht, dove alla già ricca collezione di assaggi si aggiungono Malbeck, Shiraz e Semillon. Sosta a Franshoeck, dove tre secoli fa arrivarono 200 Ugonotti francesi scampati alle persecuzioni religiose portando con sé l’arte vinicola della loro patria, poi una puntata "non tecnica" al Boschendal Manor, perfetto esempio di residenza nobile di una famiglia di origine olandese arricchita, neanche a dirlo, grazie allo sfruttamento dei vigneti. Il viaggio si conclude quasi al tramonto. Lungo la strada del ritorno verso il mio albergo avverto che mi è rimasto addosso un senso di stupore per ciò che ho scoperto e che non mi immaginavo lontanamente. Il black-out commerciale che per decenni ha isolato il Sudafrica dell’Apartheid ora è acqua passata, e mi immagino cosa accadrebbe se i bevitori europei accettassero una concorrenza di questa forza, caso mai a prezzi ribassati. Ma è un’ipotesi che mi passa subito dalla mente. Il nostro vino, rifletto guardando fuori dal finestrino bagnato di pioggia, ce lo teniamo stretto e anche se questo è buono e ha una sufficiente tradizione, possiamo benissimo considerarlo un diversivo esotico da apprezzare ma da non mitizzare più di tanto.
Tutto sommato una presenza sudafricana nella mia cantina personale la desidero di cuore, ma purtroppo devo tornare a casa senza avere fatto acquisti: le valigie ormai stipate di centomila ricordi e ricordini del viaggio africano non consentono spazio ulteriore a forma di bottiglia.