Addio Gino, ragazzo terribile

Guardo i miei alberi qua fuori che vivono con me: qualcuno morirà prima - spero di no - qualcun altro morirà dopo. Questa è la morte. Sarà dolcissimo spegnersi”. Negli occhi stanchi e umidi di Luigi Veronelli c’era la luce di un sogno che neanche la morte sarebbe stata capace di interrompere. Il sogno laico e pur romantico dell’anarchista che crede in sé e negli altri: il progetto più semplice e più vero che, negando ogni possibilità di vita dello spirito, ripone tutte le proprie aspettative nella qualità della vita materiale. Il 29 novembre, a un anno di distanza da quell’affermazione, Veronelli se n’è andato per sempre lasciandoci qui a parlare di lui: finalmente affrancati da un insanabile complesso di Edipo ed allo stesso tempo attoniti per la sua rumorosa assenza.
Luigi, Gino per gli amici, aveva l’entusiasmo degli adolescenti, una cultura profonda e tutti i peggiori difetti di questo mondo. Era spavaldo, curioso, provocatorio, utopista, irriverente, narcisista e avventurista. Ma questi erano anche i suoi pregi.
Da giovane editore aveva visto condannare al rogo il suo lavoro senza soffrirne troppo; una ventina d’anni dopo si ritrovò addirittura a capo di una rivolta contadina senza quasi rendersene conto. Moderno Lafargue, rivendicava il diritto al gusto ed auspicava pari opportunità per le produzioni alimentari di tutto il mondo attraverso la globalizzazione dei diritti dell’uomo. Aveva rinnegato la filosofia.“Tutto quello che è filosofia è astratto e distante dal pensiero che è sempre collegato alla vita materiale” diceva. Ed era tornato alla pratica della realtà e al confronto che passa solo dalla strada. La sua Fiera dei Particolari al Centro Sociale Leoncavallo di Milano (e quest’anno Terra e Libertà - Critical Wine) era nata dalla disperazione che si portava dentro confrontandosi con la realtà della globalizzazione selvaggia. “Non voglio essere disperato, capisci, voglio pensare che si possa essere vincenti! I giovani rifiutano questi sistemi di produzione agroalimentare; si rifiutano di vivere come viene loro imposto”. E loro, i giovani dei centri sociali, avevano aperto le porte dei loro “covi” ai nobili produttori di supertuscans che arrivavano in giacca di tweed a e alle loro signore firmate dalla testa ai piedi, generando guazzabugli logici socialmente inestricabili.
Dal ’99 si batteva per l’introduzione delle Denominazioni Comunali. Voleva che ogni sindaco diventasse responsabile di tutto quello che si produce sul suo territorio, in Italia come nel Chapas, e fosse garante della qualità del lavoro dei suoi contadini. Aveva sempre nutrito una vera passione per i contadini!
Viaggiatore militante della pratica della degustazione e analista sensibile delle diversità si era infine adattato, tradito dagli occhi e dalla salute, a considerare la gastronomia come il più sensitivo dei vagabondaggi intellettuali. Nell’ultimo periodo della sua vita aveva ulteriormente radicalizzato le sue opinioni in materia di qualità e tipicità del prodotto arrivando ad affermare che “Il peggiore vino del contadino è meglio del miglior vino prodotto industrialmente”. Un concetto con cui è veramente difficile essere d’accordo e che mi trovai, forte della mia ragione, a contestargli al telefono. “Quando quelli come te volevano dare l’assalto al cielo - mi rispose con dolcezza - intendevano usare veramente una scala? Le provocazioni intellettuali sono sempre state e sempre saranno l’unico mezzo efficace per spostare in avanti l’obiettivo da perseguire”. Io non replicai.
Questa mattina (mercoledì primo dicembre) mentre scrivo queste cose Gino viene sepolto a Bergamo. Ci sarà parecchia gente: politici ed amministratori pubblici, colleghi della stampa, rappresentanti di categoria, produttori di vino, amici, collaboratori, signore impellicciate, ragazzi con le bandiere nere dell’Anarchia. Spero che in mezzo a tanta folla ci sia anche un contadino.

Dr. S. Giovese