La Bologna di Giorgio Comaschi
"Cosa ne penso di questa città e delle sue abitudini"

di Umberto Faedi

E’ vero che i Bolognesi sono un po’ girovaghi, curiosoni, vacanzieri incalliti e un poco "maravioni"?

E’ vero. Però è anche vero che tendono sempre a tornare. Il ventre materno di questa città richiama sempre chi va via. Anch’io che sono un Bolognese incallito non vedo mai l’ora di veder spuntare San Luca all’orizzonte. Questa è una città apparentemente aperta, ma in realtà piuttosto chiusa: abbiamo l’impressione di vivere in un cortile privato. E’ bello ma può far perdere il senso di quello che c’è all’esterno.

A parte gli impegni di lavoro, ti piace girare per turismo?

Non molto proprio perchè viaggiando appunto per lavoro ho sempre la valigia fatta. Metto e tolgo cose dalle borse invece che dagli armadi. Adesso sono in giro per "La Zingara" per cui per me la vera vacanza è tornare a casa. Stare in città d’agosto è una delle cose più belle che ci siano. Il viaggio in Argentina con il Maestrone, Flaco, Patrizio Roversi e Susy Blady è stato come vivere in un sogno: ci siamo trovati in Patagonia e nella Terra del Fuoco, dove il silenzio ha un suo valore e dove ci sono spazi immensi a cui non siamo abituati. Ho trovato una grande affinità tra Buenos Aires e il tipo di vita che c’era a Bologna qualche anno fa; la gente fuori alla sera, il gusto della passeggiata, del locale bruttino ma accogliente, del giocare a carte. E poi vedere Guccini su una nave rompighiaccio travestito da capitano akab è stata una cosa assolutamente da non perdere. Mi sono innamorato del Tango; da quando siamo tornati io e lui siamo andati a lezione ogni mercoledì sera.

Ritieni che questa città sia ancora un polo importante a livello culturale e musicale?

E’ un posto creativo in cui vengono fuori continuamente nuovi talenti a tutti i livelli. Sarà questo senso di tranquillità. Ci sono certi scorci, certe penombre, certe luci sotto i portici all’alba, certe nebbioline quando il tempo è brutto che invitano a mettersi in casa a scrivere. Credo che per i cantanti e gli artisti, che sono dei solitare, ci siano tanti spunti stimolanti. Abbiamo avuto anche un campione mondiale di sci. Siamo in Serie A a tutti i livelli, anche se nel calcio come società non ci siamo davvero.

Cosa pensi del fatto che artisti come Antonio Albanese e Stefano Nosei abbiano scelto Bologna come città per viverci?

Li capisco benissimo perchè qua c’è un ritmo di vita che non è quello di Milano o di Roma. E’ come se ci fosse un grande mixer con dei cursori che ti abbassano lo stress. Anche se il lavoro non è dietro l’angolo in macchina, in treno o in aereo si arriva comodamente dappertutto.

C’è qualcosa in questa città che ti impaurisce o che non ti piace?

Ho solo paura che perda la sua identità, la sua tradizione. Mi piace che sia anche una città di passaggio, ma non vorrei che la gente si chiudesse in casa più di prima. In via Indipendenza la situazione è difficile perchè ci sono gli extracomunitari; ma non accademai nulla. Se succede qualcosa al Pilastro si pensa di essere nel Bronx, ma se vai in un quartiere di una grande città auguri. Nonostante i cambiamenti e i problemi di traffico questa è una città ancora vicina alla dimensione umana.
Non si parla più il dialetto ed è veramente un peccato perderlo. Qualche anno fa feci uno spettacolo con Vittorio Franceschi dedicato a Biavati, il grande venditore della piazzola, proprio per cercare di comunicare l’abitudine a parlarlo. Cerco anche di insegnarlo ai miei bambini che sono piccoli e non capiscono quando parlano i vecchi.
Sono favorevole al mantenimento di tutto ciò che è bolognese, dalla cucina ai negozietti del centro che vengono soppiantati da banche e garages.

Esiste ancora la vera cucina bolognese?

C’è, ma bisogna andarla a cercare. Io vado spesso da Fabio nel Cestello e alla Bottega di Franco in via Agucchi. Ultimamento ho riscoperto anche il Pappagallo. Ci sono ancora comunque alcuni ristoratori che amano il proprio lavoro. Rimane il fatto che la nostra cucina è ormai contaminata: le fiere portano denaro e qualche turista. I ristoranti sono pieni tantissimi giorni all’anno, fanno prezzi alti, ma tanto ci sono i rimborsi delle aziende. Tutto a discapito della qualità. Il mio amico Fabio dice che ci sono quelli "che hanno la faccia da tris di minestre"

Sei pro o contro la panna?

Sono decisamente contrario. Il tortellino alla panna non esiste se non per i turisti sprovveduti. E’ come gli spaghetti alla bolognese che si trovano in America. Sono mode alimentari come la rucola, che ha segnato un’epoca. Adesso siamo negli anni del limoncello e del caffè d’orzo.

Tu che hai trascorsi illustri alle Dame, pensi che oggi abbia ancora senso un’osteria?

I gestori non sopportano più il fatto che uno si sieda con un bicchiere a suonare la chitarra. Adesso in osteria ti danno il primo, le pietanze, la rucola e il tomino fuso e alla fine ti chiedono cinquanta carte. Il concetto dell’ostera gucciniana è superato. Mancano i personaggi che c’erano fino a qualche anno fa e questo fa un poco paura. Si sono persi i protagonisti del paesone, le macchiette che si facevano prendere un po’ in giro. Adesso siamo più città. Vito, il Moretto e poche altre sono diventate isole di resistenza umana.

Parlando di vino, hai preferenze particolari?

Amo i vini secchi e non mi piacciono quelli dolci come l’Albana. Sono stato abituato a bere bene da mia moglie Carla che se ne intende e ora anch’io ho imparato a chiedere certi prodotti. Mi piace molto, in casa, il Lambrusco fatto bene, bello secco e mi piacciono i vini dei nostri colli come il Pignoletto. Amo il gusto del Sauvignon e gradisco volentieri vini fruttati o barricati. Bevo più bianco che rosso, non so perchè. Quest’estate, in tornèe con La Zingara in meridione, sono andato molto a Falanghina: mi piace così tanto da farmi fare un po’ di pancia anche se non sono un grande bevitore. Un vino che mi è rimasto nella memoria? Il Sauvignon di Schioppetto. Gianni Mura mi consigliò il Tignanello; aveva ragione, ma è difficile da trovare.

Nel futuro hai programmi di lavoro nella nostra città?

Ho una cosa nel cassetto che è praticamente pronta. Mi piacerebbe tornare all’Arena del Sole a fare teatro. Finchè la tivù mi cerca bisogna è meglio che mi faccia trovare.
Continuo con La Zingara, poi farò con l’Antoniano lo Zecchino d’Oro e la Festa della Mamma. Mi piacerebbe fare della fiction e pare che qualcosa si stia concretizzando in questo senso. Non sono assolutamente preoccupato per quello che farò domani: sono contento così e mi ritengo fortunato.


Quattro chiacchiere al Bar Baldi di via Castiglione che Comaschi considera il suo ufficio